Pare essere il destino dei titoli di Stato anti-carovita: pensati per i comuni risparmiatori, ma difficile da capire per moltissimi. Capitò già con la prima emissione italiana: i buoni del tesoro reali 2,5% 1983-93. Non vennero indicizzati al costo della vita, bensì al deflatore implicito del prodotto interno lordo al costo dei fattori e molti pensarono a una trovata per imbrogliarli, mentre era solo il parto di una mente troppo burocratica.

Così ora per i Btp Italia parecchi raccontano di clausole capestro, che non esistono: vedi post. Ciò non toglie che parecchi aspetti dei titoli indicizzati all’inflazione siano complicati. Vediamoli.

1. Quando parte l’inflazione? In altri termini, se uno compra un Btp Italia o altro titolo di Stato reale, qual è il mese di partenza da cui recepisce gli aumenti dei prezzi? La formula riportata nel regolamento è precisa, ma per molti certamente ostica. Chi vuole può provare a rispondere a un quiz (serio) e ricevere così la soluzione e una spiegazione: Quiz.

2. Quanto addebitano per un Btp-i? Chi per esempio ha comprato un Btp-i 2041 al prezzo di 117 per un valore nominale di 10.000 euro facilmente si aspettava un addebito sui 11.700 euro. Cioè di 10.000 moltiplicato 117/100, salvo una maggiorazione per il rateo d’interessi. Invece magari ha pagato grosso modo 14.500 euro. Motivo? Incide (e molto) il c.d. coefficiente di indicizzazione che nella fattispecie era 1,2397 e nella sostanza rispecchia l’inflazione cumulata dall’emissione. Ovviamente la faccenda funziona anche all’inverso: si incassa di più in caso di vendita o rimborso. Non c’è nessun imbroglio, ma una complicazione sì.

3. Rendimenti nascosti. Coi Btp-i, Oat-ei, Bund-ei ecc. non è immediatamente evidente l’andamento del proprio investimento e gli stessi guadagni. Per esempio uno compra Btp-i 0,4% 2030 e fra un anno li vede quotati allo stesso prezzo di adesso con un’inflazione dell’8% nei dodici mesi di riferimento. Non stupisce che pensi di non aver guadagnato nulla, tranne gli interessi a un modesto 0,4% annuo. Invece l’investimento gli ha reso un altro 8%. Anche qui, chi voglia approfondire può cimentarsi con un quiz (sempre serio), ricevendo la soluzione e una spiegazione: Quiz.

4. Complicazioni fiscali. Per cominciare è illusorio, come alcuni mi scrivono di avere fatto, che convenga comperare titoli con tasso d’interesse più alto: per esempio i Btp-i 2,35% 2035 anziché i Btp-i 0,1% 2033. I prezzi di mercato riequilibrano le cose e anzi spesso conviene il titolo col tasso più basso per ragioni fiscali. Per gli stessi motivi può non convenire tenere i Btp-i fino alla scadenza, salvo averli presi in emissione o lì vicino. Tutta la rivalutazione è infatti tassata come interessi e non si compensa con eventuali minusvalenze. Meglio venderli prima.

Concludiamo però con un commento rassicurante. Retoricamente, anziché “in cauda venenum” potremmo dire “in cauda solacium”: nella conclusione non il veleno ma un nota confortante. È vero che i titoli di Stato reali sono complicati. Ma un risparmiatore può comprarli anche senza capirne tutti i meccanismi, perché comunque non c’è dietro nessun imbroglio, come invece di regola nei prodotti del risparmio gestito.

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