L’ex Ilva inquina ancora ed è pericolosa per la salute di operai e cittadini di Taranto. Mariano Buccoliero non ha alcun dubbio. È uno dei magistrati della procura di Taranto che – insieme ai colleghi Raffaele Graziano, Giovanna Cannarile e Remo Epifani – ha indagato sullo stabilimento siderurgico ionico e ottenuto le condanne del 31 maggio 2021 nei confronti dei Riva e di una parte della politica regionale pugliese. Insieme al nuovo procuratore di Taranto, Eugenia Pontassuglia, il pm Buccoliero ha parlato dinanzi alla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’ecomafie e ciclo di rifiuti in visita a Taranto per fare il punto sullo stato delle bonifiche e, stando a quanto ilfattoquotidiano.it ha appreso, il magistrato ha ribadito ai parlamentari che, nonostante i tanti interventi effettuati in questi anni, l’impianto è ancora pericoloso. Nella sua lunga audizione, Buccoliero ha ripercorso quanto la procura aveva spiegato nel parere negativo formulato quando i commissari di Ilva in As aveva chiesto il dissequestro degli impianti. Un documento di sole 13 pagine che per l’accusa dimostra come le cose dal lontano 2012 non siano davvero cambiate: la fabbrica è ancora pericolosa. Da quel 26 luglio 2012, all’apparenza alcuni aspetti si sono evoluti, ma il nodo “salute-lavoro” non è stato risolto.

IL SEQUESTRO
Il 26 luglio di dieci anni fa, Taranto era come sempre avvolta dalla cappa di caldo torrido dell’estati ioniche. Sole cocente e umidità. Ma quel giorno, nell’aria, c’era una nuova elettricità. La notizia che di lì a poco i carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Lecce avrebbero notificato il decreto di sequestro dell’Ilva era trapelata. Tutte le principali testate giornalistiche nazionali erano giunte nella città dei Due Mari per raccontare all’Italia il dramma di Taranto costretta a scegliere tra salute e lavoro. Il decreto del gip Patrizia Todisco dispone infatti il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti in cui lavoravano all’epoca 12mila operai. Non solo. Agli arresti domiciliari finiscono Emilio e Nicola Riva, proprietari al tempo dell’industria tarantina, con alcuni dirigenti. Le accuse sono disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Gli ambientalisti si ritrovano sotto il Palazzo di giustizia a sostegno della magistratura, ma anche 8mila operai – spinti dall’azienda – scendono in strada a difesa del loro lavoro. Una sorta di guerra civile che mette tutti contro tutti. E così, quando i leader Fim, Fiom e Uilm scendono a Taranto per un comizio, vengono duramente contestati da un gruppo di operai a bordo di un Apecar: è il 2 agosto 2012 quando nasce il Comitato cittadini Liberi e Pensanti che diverrà una delle principali espressioni dell’esasperazione tarantina rispetto alla monocultura industriale del territorio.

LE PERIZIE
Qualche mese prima del sequestro, i periti nominati dal giudice Todisco depositano due maxi perizie: una ambientale, che valuta gli effetti dell’inquinamento prodotto dall’Ilva sull’ambiente tarantino, la seconda è epidemiologica e analizza i danni generati dalle emissioni sulla vita umana. Gli esperti certificano come le notevoli quantità di inquinanti venivano rilasciate dallo stabilimento Ilva contengano una presenza significativa di sostanze velenose. Dimostrano che i livelli di diossina e PCB negli animali sequestrati e abbattuti nel 2008 e nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto erano riconducibili in modo prevalente alle emissioni diffuse e fuggitive dell’attività industriale. Nel corso dell’incidente probatorio a febbraio 2012, uno dei periti spiega come la diossina, in quanto inquinante organico persistente, sia in grado di alterare per decenni le caratteristiche del terreno e le sue potenzialità di utilizzo, e come, ove se ingerita, può entrare direttamente nella catena alimentare. La perizia epidemiologica, invece, descrive senza troppi giri di parole, che “l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto siderurgico ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte”. L’impianto, insomma, va fermato per evitare che altra gente possa ammalarsi a causa di quei veleni. L’azienda Ilva, però, ricorre al Riesame e il 7 agosto ottiene e la facoltà d’uso per consentire il ripristino delle condizioni di sicurezza. La fabbrica, insomma, continua a produrre. L’inquinamento non si arresta.

I NUOVI ARRESTI
Dopo il sequestro, le indagini del pool di inquirenti – composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Buccoliero, Graziano, Cannarile ed Epifani – intanto non si fermano. Il 27 novembre deflagra l’inchiesta Ambiente svenduto: le indagini della Guardia di finanza portano alla luce la rete di presunte connivenze su cui il sistema Riva basava la propria sopravvivenza. Politici di ogni livello finiscono nelle intercettazioni: tra gli indagati si leggono i nomi di Nichi Vendola, all’epoca presidente di Puglia, e di Gianni Florido, ex presidente della Provincia. E poi assessori regionali e tecnici del Ministero. Tra gli indagati c’è persino Lorenzo Liberti, ex consulente della procura accusato di aver intascato una mazzetta per “aggiustare” una relazione sulle emissioni di diossina dell’Ilva. Centinaia di pagine sono dedicate anche alle frequentazioni con alcuni giornalisti locali. Il quadro che emerge, per gli inquirenti, è inquietante: istituzioni e stampa hanno costruito con la fabbrica rapporti “gelatinosi” che hanno di fatto permesso a Ilva di contare su un muro di difesa da attacchi legislativi e non solo. Insomma, una assoluta “sudditanza” ai padroni dell’acciaio.

I PROCESSI E LA SENTENZA
A luglio 2015 sono 47 gli imputati rinviati a giudizio: comincia il processo dinanzi alla Corte d’assise, ma dura poco. Il procedimento viene annullato qualche mese più tardi per un cavillo procedurale. Tutto da rifare. Si torna di nuovo in udienza preliminare con una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Il secondo processo comincia nel 2016. Dura quasi 5 anni: alle battaglie in aula tra accusa e difesa si aggiunge la pandemia dovuta all’emergenza Covid. Nel 2021 arriva la sentenza: 26 le condanne che superano di poco i 280 anni di carcere. Un consuntivo nettamente più basso rispetto alle richieste della procura che aveva chiesto 35 condanne per quasi 4 secoli di pena. La Corte d’assise di Taranto, presieduta dal giudice Stefani D’errico e a latere Fulvia Misserini, ha infatti ritenuto alcune accuse fossero infondate, altre coperte da prescrizione anche se in alcuni casi ha emesso pene persino più alte di quelle richieste. Nicola e Fabio Riva vengono condannati rispettivamente a 20 e 22 anni di carcere, l’ex direttore della fabbrica Luigi Capogrosso a 21 anni come l’ex dirigente delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà. E poi 3 anni e 6 mesi per l’ex governatore Vendola, accusato di aver fatto pressioni sui vertici Arpa per ammorbidire la linea su Ilva.

L’UE E IL RISARCIMENTO AL COMUNE
Ma la sentenza del maxi processo Ambiente svenduto non è l’unica che piomba sull’ex Ilva. Anche la Corte Europea dei diritti dell’uomo si esprime per ben due volte in tre anni. Strasburgo condanna lo Stato italiano perché, anche dopo il sequestro la fabbrica di Taranto, continua a violare i diritti degli abitanti del capoluogo ionico. Il 24 gennaio 2018 e il 5 maggio 2022 la Cedu dichiara che le misure previste dall’autorizzazione integrata ambientale concessa a Ilva nel 2012, dopo il sequestro, non erano state realizzate mettendo ancora in pericolo la salute di coloro che vivono a Taranto. Nella seconda condanna inoltre la Corte europea ha rilevato che lo Stato italiano a marzo 2021 “non ha fornito informazioni specifiche sull’attuazione efficace del piano ambientale, elemento essenziale – scrive la Corte – per il funzionamento di un’acciaieria che non continui a comportare rischi per la salute”. A queste si aggiunge l’8 luglio scorso la sentenza del Tribunale civile di Taranto che condanna Fabio Riva e Luigi Capogrosso al risarcimento di 12 milioni di euro al Comune di Taranto per i danni causati alla città dalle emissioni di polveri dello stabilimento tra il 1995 e il 2014. Di questi ben 8 sono danni all’immagine: “I racconti, i numeri, le scene di questo disastro ambientale – scrive il giudice Raffaele Viglione – hanno gettato nell’oblio dell’immaginario collettivo ogni legame identitario della città al mare e al proprio passato: la storia gloriosa e millenaria di Taranto, che l’aveva vista “capitale della Magna Grecia” tra le più antiche, floride e potenti colonie fondate nell’Italia meridionale e nella Sicilia orientale, è stata soppiantata dalla sua storia recente, una cronaca nera fatta di immagini terrorizzanti e record percentuali indesiderati”.

L’ULTIMO NO DEI MAGISTRATI
“Il problema oggi non è legato a chi gestisce l’impianto, ma allo stato dello stesso”. La procura di Taranto lo scrive il 13 maggio scorso nel parere negativo alla richiesta di dissequestro avanzata dai commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria. Secondo i commissari, dieci anni dopo il sequestro, la fabbrica è migliorata e non è più un pericolo: non ci sono più i Riva, il 90 per cento delle prescrizioni Aia è stato eseguito e soprattutto che l’acciaieria è sottoposta a “un regime di verifiche e controlli che mai era stato applicato in precedenza nella sua storia pluridecennale”. Ma come il pm Buccoliero rappresenta alla Commissione sulle ecomafie, in realtà le cose stanno in modo completamente diverso: “L’impianto a caldo del siderurgico tarantino risulta operativo a meno della metà della sua ‘forza’. Solo da poco è ripartito l’Altoforno 4 che ha consentito un aumento della produzione e guarda caso ha determinato eventi emissivi preoccupanti”. E alle affermazioni che sostengono che il 90 per cento delle prescrizioni del piano ambientale sia già stato realizzato, la procura replica che “il 10% mancante degli interventi da realizzare” non è affatto “poca cosa” visto che riguarda “fondamentali presidi ambientali idonei ad eliminare fenomeni emissivi che riguardano ogni Area dello stabilimento in sequestro”. Solo quando tutte le misure di sicurezza saranno adottate si dovrà valutare la loro efficacia e decidere se dissequestrare o meno gli impianti. “Nessun atto di fede – ha spiegato la procura – può essere sostenuto in base agli interventi effettuati considerato quanto la popolazione tarantina ha sofferto e, probabilmente, soffrirà per ancora diversi anni”. Perché dieci anni dopo gli arresti, sequestri, i processi, i decreti di diversi governi e le promesse di risoluzione della vicenda, il nodo salute-lavoro è ancora lì. E i tarantini continuano a soffrire.

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