Rastrellare migliaia di firme in tutta Italia in pieno agosto, col sole torrido e le città deserte, gli autenticatori introvabili e i tempi strettissimi. Un incubo anche per i partiti più strutturati, figurarsi per i “cespugli” (magari appena nati) che aspirano a presentarsi alle elezioni di settembre. Per quasi tutti i micro-leader della scena politica, però, il pericolo è scampato. E il merito è del “decreto Elezioni”, il provvedimento che a maggio scorso aveva definito le regole per le amministrative e i referendum di giugno. Nella legge di conversione, un emendamento a firma di Riccardo Magi (+Europa) ed Enrico Costa (Azione) ha però introdotto l’articolo 6-bis, che non riguarda amministrative né referendum, ma le prossime elezioni politiche. E amplia in modo consistente i casi in cui i partiti sono esentate dalla raccolta, “salvando” in particolare Italia Viva, +Europa e Noi con l’Italia di Maurizio Lupi. Così a dover gettare il sangue tra banchetti e moduli resteranno solo i partitelli anti-sistema “senza santi in paradiso”, come Italexit di Gianluigi Paragone, la neonata Unione popolare (il cartello della sinistra radicale con Prc, Potere al popolo e De Magistris) o Alternativa per l’Italia (la joint venture tra Mario Adinolfi e l’ex leader di Casapound Simone di Stefano). Nonché (almeno in teoria) Insieme per il futuro del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che però molto difficilmente correrà con il proprio simbolo, ma più probabilmente cercherà un’intesa con gli altri soggetti della galassia centrista. Vediamo i dettagli.

Il testo unico per l’elezione della Camera stabilisce che “nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi” (art. 18-bis). Per scansare la raccolta firme, quindi, servirebbe aver formato un gruppo sia alla Camera che al Senato fin dal marzo 2018. In questo modo però resterebbero fuori in tantissimi: Italia Viva (fondata a settembre 2019), +Europa e Noi con l’Italia (che non hanno mai avuto i numeri per formare un gruppo autonomo), ma anche Liberi e uguali, che forma un gruppo solo alla Camera, mentre al Senato fa parte del Misto. Ecco allora che a risolvere il “problema” ci pensa la norma voluta da Magi e Costa. La quale prevede che, “per le prime elezioni della Camera e del Senato successive alla data di entrata in vigore”, l’esenzione dai banchetti sia estesa ad altre tre categorie di partiti. Innanzitutto quelli “costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere”, e non più in entrambe, “al 31 dicembre 2021“, e non più a inizio legislatura: così si salvano, in un colpo solo, sia Italia Viva che Liberi e Uguali.

Poi si citano le forze “che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni (…) e abbiano ottenuto almeno un seggio” nel proporzionale. E infine quelle che “abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all’1 per cento del totale“. Quest’ultima norma si applica sia a Noi con l’Italia che a +Europa: nel 2018, infatti, entrambi i partiti non avevano superato la soglia di sbarramento del 3% necessaria per accedere alla ripartizione dei seggi nel proporzionale, eleggendo alcuni deputati solo negli uninominali. Però entrambi hanno superato l’1% (1,2% NcI, 2,6% +Europa) e hanno concorso al bottino delle rispettive coalizioni (centrodestra e centrosinistra). Con la nuova norma, quindi, sia il simbolo di Emma Bonino che quello di Lupi portano in dote la preziosa dispensa dalla raccolta firme. Un vantaggio che potrebbe tornare utilissimo ai partiti loro alleati. In primis Azione di Carlo Calenda, che con +Europa è federato dall’inizio 2022: basterà il simbolo congiunto per evitare i banchetti. Ma anche Italia al Centro, il nuovo rassemblement di Giovanni Toti, che potrebbe schierare il contrassegno di Lupi e aprire le porte anche ai dimaiani. A sinistra, invece, ci si è mossi in anticipo: per “regalare” l’esenzione ai partiti che formano Liberi e uguali, subito prima dello scioglimento il gruppo alla Camera ha cambiato nome in “Liberi e uguali-Articolo 1-Sinistra italiana“.

A dover raccogliere firme sotto l’ombrellone, quindi, restano in pochissimi: Italexit, Unione Popolare, Alternativa per l’Italia e il Partito comunista di Marco Rizzo. Per loro valgono ancora le regole del Testo unico: la lista “deve essere sottoscritta da almeno 1.500 e da non più di 2.000 elettori” per ogni collegio plurinominale. Siccome però le Camere sono state sciolte oltre 120 giorni prima della scadenza naturale, i numeri sono dimezzati: almeno 750 firme per collegio. E poiché i collegi della Camera (dopo il taglio dei parlamentari) si sono ridotti a 49, il numero di firme necessario per correre in tutta Italia è di 36.750 (circa la metà per il Senato), contro le 80mila circa delle tornate precedenti. Ma non sarà uno scherzo: le firme devono essere autenticate, cioè raccolte in presenza di sindaci, amministratori locali o funzionari comunali, notai o avvocati, e depositate all’Ufficio elettorale entro il 22 agosto, tra meno di un mese. Una sfida proibitiva per i partiti più piccoli (e senza norme ad hoc). Proprio per questo Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, chiede al Governo di consentire la sottoscrizione delle liste tramite Spid: in una lettera aperta ha sollecitato il premier Mario Draghi a “fare tutto quanto è in suo potere per impedire che le prossime elezioni siano riservate alla partecipazione dei partiti già rappresentati in Parlamento. La diserzione delle urne da parte di un italiano su due è anche il prodotto dell’autoreferenzialità del ceto politico e degli ostacoli frapposti alla partecipazione. Consentire la presentazione di liste di candidati anche attraverso firma digitale, dopo che già è stato consentito sui referendum, rappresenterebbe un segnale nella buona direzione”.

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