“Voglio inferire che gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta”. La frase che potrebbe essere tratta da un romanzo distopico contemporaneo è invece proferita da un folletto a uno gnomo, in una operetta morale di Giacomo Leopardi. Siamo nei primi decenni dell’Ottocento, e non negli anni Duemila: l’invenzione dell’antropocene era al di là da venire, ma la sensibilità proto-ecologista dell’autore di Recanati, la sua messa in discussione del paradigma dell’antropocentrismo, era già operante.

Per Leopardi, l’uomo sbagliava a sentirsi al centro del sistema-terra, il suo è tuttalpiù un ruolo da comprimario, di parte tra le parti, animale tra gli animali. Questa nostra convinzione di essere superiori per valore e per status si chiama specismo, e combatterla è forse l’unica vera sfida culturale che ci interessi al fine di combattere il riscaldamento globale e le sue conseguenze. Già duecento anni fa, a Leopardi tutto questo sembrò chiaro e naturale, grazie a una sua spiccatissima sensibilità umana aggravata da un corpo fragile e sofferente, e forgiata dallo studio di alcuni trattati scientifici, come quelli scritti da Erasmus Darwin, nonno del più celebre Charles, che contribuirono poi alla nascita dell’Origine della specie (1859).

È la poeta e saggista Antonella Anedda nel suo recente “Le piante di Darwin e i topi di Leopardi” (Interlinea, 2022) a portare l’attenzione sull’eccezionalità della voce leopardiana in un’ottica che sembrerebbe alludere all’evoluzionismo darwiniano e all’anti-specismo: «Il tema del Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo – scrive Anedda – contiene una delle idee fondanti della filosofia dolorosa ma vera di Leopardi: gli uomini credono il mondo fatto per loro. Per questo lo depredano, incuranti della morte e della possibile, anzi probabile estinzione».

Negli ultimi anni, la crescente sensibilità ecologica ha spinto gli editori e gli autori a pubblicare una quantità esorbitante di testi sul tema, basti consultare uno dei molti scaffali dedicati, in qualsiasi libreria italiana. Si troveranno gli autori più disparati: dall’ormai classico Timothy Morton a Peter Engelke, a John McNeill, Simon Lewis e Mark Maslin, per citarne alcuni. Ma come ogni crisi, anche quella climatica necessita della letteratura, di una parola cioè che la sappia spiegare e chiarire in modo affascinante, così da renderla accessibile a tutti. È difficile però raccontare un fenomeno lento e non identificabile in un qui e in un ora, in un oggetto dai contorni definiti e chiari, di cui si possano scorgere e comprendere le conseguenze. Eppure, se questa può rivelarsi l’unica strada, la letteratura offre molti strumenti per percorrerla. Leopardi, ad esempio, utilizzò una tecnica collaudatissima in letteratura, cioè lo straniamento, il quale gli permetteva di rovesciare il punto di vista dell’essere umano spingendo il lettore a uscire dalla normale percezione del mondo, così da ridicolizzare la prospettiva antropica e relativizzarla.

In questa direzione si muove anche la recente antologia edita da Einaudi per le cure di Niccolò Scaffai, Racconti del pianeta terra (2022), in cui sono offerte a un pubblico ampio ed eterogeneo diverse sensibilità ecologiche e modalità di espressione differenti che, non a caso, da Leopardi conducono alle più recenti esperienze estetiche di ambito internazionale, come quelle di Amitav Gosh o Margaret Atwood. In copertina, il lettore scorgerà l’immagine dell’artista Émile Möri la quale ritrae su una spiaggia di finissima sabbia rosa alcuni gruppi di turisti che passeggiano, prendono il sole, giocano osservando noncuranti il mare in cui si scorge minaccioso un iceberg, segno dell’imminente ma impercepita tragedia. L’immagine, in prima battuta, regala benessere e tranquillità, fintanto che non si percepisce il rischio reale: «solo passando dalla condizione di spettatore privilegiato a quella di elemento tra gli altri – spiega il curatore – l’essere umano può riconoscersi come specie tra le specie, come fenomeno tra i fenomeni che agiscono intorno e insieme a lui».

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Il libro è diviso in quattro sezioni, ciascuna delle quali offre una prospettiva particolareggiata con cui guardare, attraverso le lenti della letteratura, il problema ecologico. In particolare, la seconda sezione offre un radicale ripensamento della relazione uomo e animale. La sofferenza umana – suggeriscono i testi antologizzati – non è poi così dissimile da quella delle altre specie di esseri viventi: «Di allevamenti, macello e caccia, di sperimentazioni e di giochi, che hanno per oggetto, ogni giorno, da tempo indeterminato, Piccole Persone, crediamo di sapere tutto. Non sappiamo nulla. E se lo sapessimo veramente, morremmo di dolore e vergogna», sono le parole di Anna Maria Ortese, scrittrice di origini campane, oggetto in questi anni di un rinnovato interesse di critica e di pubblico, la quale rivendica l’uguaglianza di tutte le creature terrestri. Lo stesso, seppur da una prospettiva diversa, vale anche per il racconto di Primo Levi, Verso occidente, in cui la crisi esistenziale di uno dei protagonisti è posta in parallelo agli istinti autodistruttivi e violenti che un tempo si attribuivano ai gruppi di lemming, cioè di quei roditori dalla rapida e irrefrenabile riproduzione, i quali sono spesso costretti a migrare e a morire in modo violento, prima di raggiungere la destinazione.

Non so se la letteratura ci salverà dall’estinzione, come recita il titolo di un recente pamphlet, ma di certo il racconto è ancora il luogo dove poter capire il legame stretto e insieme complicatissimo tra l’uomo, l’ambiente e le altre specie, tra l’uomo e insomma il suo ecosistema. È ancora il miglior modo che ci è consentito per elaborare strategie e immaginare scenari futuri; adottare con uno sguardo per noi straniante la parte di coloro che verranno, la parte della loro inevitabile sofferenza nel disastro ecologico che oggi si annuncia e che noi abbiamo, anche con consapevolezza, perpetrato. Cosa faremmo – si chiede Scaffai, e noi con lui, in conclusione – se a un certo punto ci accorgessimo che quella montagna di ghiaccio della fotografia stesse davvero per travolgerci e condurre alla deriva?

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