Un allarme nel breve e uno nel lungo periodo, con tanto di richieste di intervento, sul tema del lavoro e dei salari. Giuseppe Conte ed Enrico Letta, i principali leader del “campo largo” in costruzione nel centrosinistra, parlano di lavoro e avvisano sui rischi per il futuro, tra inflazione in crescita e la crisi internazionale che farà sentire i suoi effetti nei prossimi mesi. Il presidente del M5s ricorda che il Censis prospetta 5,7 milioni di lavoratori poveri nel 2050: “Per cui bisognerà intervenire con una pensione di cittadinanza. Risolviamolo adesso”, ha spiegato. Mentre il segretario del Pd si concentra sui prossimi mesi: “Siamo davanti a un autunno – ha avvisato – che sarà tra i più faticosi e complicati degli ultimi anni, con un rischio recessione e il rischio di un ritorno del conflitto sociale”.

Conte ha anche rilanciato il salario minimo: “La nostra proposta parte dall’aggancio con i contratti collettivi più rappresentativi, per sfuggire ai contratti pirata, con una soglia di salario minimo non inferiore a una data cifra, 9 euro”, ha detto suggerendo di “intervenire sul precariato, sui giovani” e i “lavoratori poveri”. Quindi lo stop a “tirocini e stage gratuiti”. Nel mondo del lavoro, ha sottolineato Conte, ci sono “grandi cambiamenti” e “manifestazioni diffuse di insoddisfazione”. In altre parole: “Non possiamo dire che è colpa del reddito di cittadinanza se non si accettano più certi lavori. I cittadini oggi vogliono anche una qualità del lavoro… Come si può costruire un progetto di vita con contratti di questo tipo”, ha sottolineato.

Letta è stato altrettanto esplicito chiedendo al governo una “svolta nell’agenda sociale” per i prossimi mesi: “Altrimenti ci saranno conseguenze che il Paese non riuscirà a gestire e che, con le elezioni alle porte, avranno un impatto politico”. Tradotto: “L’agenda sociale parte dalla questione salariale. L’inflazione è al massimo da 35 anni, i salari sono rimasti i più bassi e in una Paese già colpito dalle disuguaglianze questo delta va chiuso con interventi sui salari”.

Entrambi – intervenuti a una tavola rotonda organizzata dalla Cgil – si sono trovati d’accordo anche sulla necessità di una revisione in senso proporzionale della legge elettorale per risolvere quella che hanno definito un’assenza di rappresentanza. Il segretario dem ha chiesto di restituire agli elettori il “potere di scegliere i parlamentari. Da vent’anni sono i partiti e non sono i cittadini a eleggere i parlamentari” e questo crea “un’assenza di rappresentanza e partecipazione”. Mentre Conte ha parlato di un “tasso di democraticità” che “sta scendendo sempre più in basso”, così i cittadini “non partecipano perché ritengono di non poter incidere nelle scelte”. Un problema, ha sottolineato, che si sta acuendo: “La politica ha grandi responsabilità e la crisi della rappresentanza è collegata con quella della rappresentatività. C’è il rischio che qualcosa bisogna fare”. E quindi, ha concluso, “sicuramente una legge proporzionale” anche in vista della prossima legislatura, quando entrerà in vigore il taglio dei parlamentari, “potrebbe essere una soluzione ma certo non la panacea di un problema complessivo”.

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