Il vescovo di Verona fa irruzione nel bel mezzo della volata finale per il ballottaggio che il 26 giugno indicherà il nome del sindaco della città. Per farlo prende a pretesto la “questione della famiglia voluta di Dio” e la problematica gender, puntando, pur senza nominarlo, su uno dei temi indicati nel proprio programma da Damiano Tommasi, il candidato del centrosinistra che al primo turno ha superato il sindaco uscente Ferico Sboarina. Monsignor Giuseppe Zenti, ormai in attesa di sostituzione, visto che a marzo ha compiuto 75 anni, il limite d’età del pensionamento per i prelati, ha scritto una lettera a tutti “i sacerdoti e i diaconi di San Zeno”. Si tratta di un invito esplicito a predicare nelle chiese, indicando ai fedeli quali siano i valori irrinunciabili dei cristiani che vanno tutelati in una elezione, politica o amministrativa che sia.

Zenti prende spunto dalla scomparsa di padre Flavio Roberto Carraro, suo predecessore fino al 2007, avvenuta pochi giorni fa. La lettera porta la data di sabato 18 giugno, giorno precedente le prediche della domenica nelle chiese. “Profitto dell’occasione anche per chiarire un nostro coinvolgimento in occasione di elezioni politiche o amministrative, soprattutto in considerazione delle ricadute dei nostri interventi sui fedeli. Compito degli ordinati non è mai quello di schierarsi per un partito o per una persona, ma quello di segnalare eventuali presenze o carenze di valori civili con radice cristiana”. Difficile che una presa di posizione su temi di natura etica e politica, in un ballottaggio, non finisca per tradursi in una indicazione di voto.

In ogni caso il vescovo traccia la rotta: “Concretamente, nelle varie tornate elettorali di qualsiasi genere, è nostro dovere far coscienza a noi stessi e ai fedeli di individuare quali sensibilità e attenzioni sono riservate alla famiglia voluta di Dio e non alterata dall’ideologia del gender; dal tema dell’aborto e dell’eutanasia; dalla disoccupazione, dalle povertà, dalle disabilità, dall’accoglienza dello straniero; dai giovani; dalla scuola cattolica, a cominciare dalle materne”. Introduce nella riflessione, quindi, molti temi generali, anche alcuni che esulano dalle competenze di un sindaco. E conclude: “Queste sono frontiere prioritarie che fanno da filtro per la coscienza nei confronti della scelta politica e amministrativa”.

Difficile non leggervi un assist a Sboarina, che nel 2017 aveva inserito nel proprio programma “il contrasto alla diffusione delle teorie del gender nelle scuole” e aveva promesso il “ritiro dalle biblioteche e dalle scuole comunali o convenzionate (nidi compresi) dei libri e delle pubblicazioni che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso”. Il programma 2022 comincia con una dichiarazione di principio: “La salvaguardia e la tutela della famiglia tradizionale sono la nostra stella polare. Le ‘nuove ideologie’ non possono né devono cambiare ciò che siamo e che siamo stati”. Il giorno dopo il primo turno, il sindaco ha lanciato un duro attacco a Tommasi (che ha sei figli): “Che idea ha della famiglia? Vuol far diventare Verona una capitale transgender? No grazie”.

Il riferimento polemico è ad un punto del programma di Tommasi (molto impegnato nella tutela della famiglia e dei suoi bisogni sociali) che propone l’adesione del Comune alla “Carta Re.A.Dy”, già sottoscritta da altre amministrazioni pubbliche “a tutela dei diritti umani e alla promozione di una cultura sociale del rispetto e della valorizzazione delle differenze, senza distinzione di sesso, razza, religione, lingua, condizioni personali e sociali”. Proprio su quel punto Sboarina ha attaccato Tommasi. Adesso scende in campo anche il vescovo. Sarà interessante verificare come si comporteranno i parroci.

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