Dopo due giorni di forti vendite sui titoli di Stato dei Paesi deboli dell’Eurozona, Italia in testa, la Banca centrale europea ha cercato di correre ai ripari e durante un vertice di emergenza ha incaricato gli uffici tecnici di “accelerare il completamento di un nuovo strumento anti-frammentazione” da sottoporre poi al Consiglio direttivo. La notizia della riunione straordinaria ha riportato per un po’ una relativa calma sui mercati: il rendimento dei Btp è sceso al 3,8% dopo il picco di 4,2 toccato ieri e il differenziale rispetto al Bund, che era arrivato a 241, è tornato a restringersi verso i 220 punti. Il comunicato finale però non fornisce alcun dettaglio aggiuntivo sull’atteso scudo anti spread a protezione del debito dei Paesi periferici. Ancora una volta, come nel testo di giovedì scorso e nella successiva conferenza stampa della presidente Christine Lagarde, il board si limita a scrivere di aver “deciso di applicare flessibilità nei reinvestimenti dei rimborsi in scadenza del programma Pepp”. Questo – è la spiegazione a uso e consumo dei “falchi” – al fine di “preservare il funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria, condizione preliminare affinché la Bce sia in grado di realizzare il suo mandato di stabilità dei prezzi“. Resta da vedere se basterà per calmare le acque.

La pandemia “ha lasciato delle vulnerabilità durevoli nell’economia dell’area euro e queste contribuiscono a una trasmissione disomogenea della politica monetaria”, annotano i governatori spiegando la decisione di dare “ai comitati tecnici dell’Eurosistema e agli uffici della Bce il mandato di accelerare il completamento della progettazione di un nuovo strumento anti-frammentazione da sottoporre al Consiglio direttivo”. Nel comunicato, la Bce ricorda di aver “promesso di agire contro i rischi di un riacutizzarsi della frammentazione finanziaria (degli spread, ndr) fin dal dicembre 2021, quando è iniziato il graduale processo di normalizzazione monetaria“.

L’utilizzo dei reinvestimenti – Ieri Isabel Schnabel, economista tedesca e membro del comitato esecutivo della Bce, aveva detto che la Bce non tollererà “cambiamenti alle condizioni finanziarie che vadano oltre i fondamentali e minaccino la trasmissione della politica monetaria“. Una prima risposta può essere l’utilizzo dei reinvestimenti del programma pandemico Pepp. In base ai dati di fine maggio, con il Pepp la Bce aveva acquistato oltre 1.700 miliardi di debito. Il programma, lanciato nel marzo 2020, è stato chiuso a fine giugno ma con la possibilità, fino al 2024, di ricomprare nuovi bond con il capitale rimborsato da quelli, già acquistati, che man mano arrivano a scadenza. Per l’Italia alcune stime indicano in 200 miliardi il potenziale di acquisti, ma le voci critiche sull’efficacia di una simile misura notano che, dato il ritmo dei rimborsi, si rischierebbe di non poter comprare più di tre miliardi di titoli italiani al mese. Un’ipotesi allo studio sarebbe poter deviare dai criteri generali di ripartizione degli acquisti di debiti nazionali, che consentirebbe di comprare, ad esempio, Btp italiani con il capitale rimborsato dai Bund tedeschi. E’ la “flessibilità” a cui accenna il comunicato, sottolineando che la mossa è necessaria per garantire la trasmissione della politica monetaria. Inevitabile che l’eventuale nuovo strumento in Germania sarà oggetto di ricorsi come avvenuto con il piano anti spread ai tempi della presidenza di Mario Draghi.

I governatori della Bce “hanno giudicato che fosse una risposta adeguata dare mandato agli uffici tecnici per la preparazione di uno strumento contro la frammentazione finanziaria”, ha commentato Mario Centeno, governatore della banca centrale portoghese e consigliere Bce, durante un discorso a Lisbona. Centeno, in un apparente cenno alla discrepanza fra una svolta nel segno della normalizzazione monetaria e la necessità di continuare a sostenere i debiti con interventi espansivi, ha sottolineato che la politica monetaria “lavora per il medio termine“.

La pressione dei giorni scorsi – Lunedì il rendimento dei Btp era salito sopra il 4%, il tasso più alto dal dicembre del 2013. Il differenziale rispetto ai Bund tedeschi si era allargato in mattinata fino a 248 punti base, ai massimi dall’aprile 2020 quando l’Italia era in pieno lockdown. Anche ieri, martedì, a chiuso sopra quota 240. In questo inizio settimane le banche, che hanno a bilancio 400 miliardi di titoli pubblici il cui valore è inversamente proporzionale ai tassi, hanno perso terreno in Borsa zavorrando Piazza Affari. È il risultato di una tempesta perfetta – fatta di inflazione, crescita in rallentamento causa guerra, necessità di normalizzazione della politica monetaria – che si prepara da mesi. E che è sfociata in vendite a man bassa soprattutto (ma non solo) ai danni dei titoli del Paese più fragile, l’Italia, che sta per restare senza il paracadute rappresentato dai maxi acquisti dell’Eurotower e non ha ancora portato a termine le riforme strutturali necessarie per crescere di più nel lungo termine tenendo sotto controllo il rapporto debito/pil.

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