Non c’è l’obbligo di introdurre il salario minimo, ma il governo sarà costretto a varare almeno una legge sulla rappresentanza per evitare la procedura di infrazione. Il messaggio che arriva all’Italia con la direttiva approvata nella notte dalle istituzioni europee è innanzitutto politico: l’Ue punta sul salario minimo per “proteggere la dignità del lavoro”, usando le parole della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il testo lascia agli Stati membri la libertà di decidere se garantire stipendi adeguati adottando una paga minima legale (già in vigore in 21 Paesi su 27) o invece attraverso un’elevata copertura della contrattazione collettiva. L’Italia, quindi, è in ogni caso costretta ad agire per affrontare il problema del lavoro povero. Il concetto è stato chiarito in conferenza stampa dal commissario Ue al Lavoro, Nicolas Schmit: “Non imporremo un salario minimo all’Italia, non è questo il punto”. Poi ha spiegato: “Sono molto fiducioso che alla fine il governo italiano e le parti sociali raggiungeranno un buon accordo per rafforzare la contrattazione collettiva, soprattutto per coloro che non sono ben tutelati, e alla fine arriveranno alla conclusione che potrebbe essere importante introdurre il sistema salariale minimo in Italia. Ma spetta al governo italiano e alle parti sociali farlo”. In altre parole, l’Italia deve fare una legge sulla rappresentanza che freni i contratti pirata. Sul salario minimo non ci sono imposizioni, ma la pressione aumenta: rimarrebbe infatti tra i 6 Paesi dell’Ue che ancora non hanno un salario minimo, mentre l’Europa va nella direzione opposta.

Cosa prevede la direttiva – La direttiva, spiega in una nota il Consiglio europeo, fissa procedure per assicurare l’adeguatezza dei salari minimi laddove già esistono. Quindi praticamente in tutta l’Ue, tranne Italia, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia e Cipro. Gli Stati membri dell’Ue che hanno salari minimi in vigore dovranno stabilire “un quadro procedurale per fissare e aggiornare i salari minimi secondo una serie di criteri chiari”. Consiglio e Parlamento hanno concordato che gli aggiornamenti del salario minimo debbono avere luogo almeno una volta ogni due anni, o al massimo ogni quattro anni per i Paesi che utilizzano un meccanismo di indicizzazione automatico. “Le parti sociali dovranno essere coinvolte nelle procedure di definizione e aggiornamento dei salari minimi legali”. Inoltre, Consiglio e Parlamento hanno concordato misure volte a migliorare l’accesso effettivo dei lavoratori alla tutela del salario minimo: controlli da parte degli Ispettorati del lavoro, informazioni accessibili sul salario minimo, sviluppare le capacità delle autorità di perseguire i datori di lavoro che non rispettano le norme.

La direttiva mira poi a promuovere la contrattazione collettiva come mezzo di difesa dei salari: i co-legislatori hanno deciso di promuovere la capacità delle parti sociali di impegnarsi nella contrattazione collettiva, tutelando i rappresentanti dei lavoratori. E’ previsto in particolare che, nei Paesi in cui la contrattazione collettiva copre meno dell’80% del mercato del lavoro, gli Stati membri preparino dei piani operativi per promuoverla, con tempistiche e misure atte ad aumentare la copertura dei contratti collettivi. L’accordo raggiunto questa notte a Strasburgo nel trilogo, dopo otto round negoziali, dovrà essere confermato dal Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri presso l’Ue, dopodiché dovrà essere votato formalmente sia in Consiglio che in Parlamento. Gli Stati membri avranno poi due anni di tempo per recepire la direttiva.

Cosa cambia per l’Italia – Nel contrasto al lavoro povero la direttiva potrebbe fare la differenza, non perché ci imponga di fissare un compenso minimo – appunto non lo fa – ma perché obbligherà il governo a varare almeno una legge sulla rappresentanza, che andrebbe subito a vantaggio dei tanti lavoratori a cui vengono applicati contratti pirata con stipendi molto più bassi rispetto a quelli di chi gode del contratto collettivo “principale”. Parlare di norme mirate a “pesare” quanto sono effettivamente rappresentativi i vari sindacati e le associazioni datoriali ha meno appeal rispetto al concetto di salario minimo, ma secondo gli esperti i due interventi devono procedere insieme è il più urgente. La proliferazione di accordi pirata firmati da sigle minori, fittizie o “di comodo” è stata infatti consentita proprio dal vuoto legislativo sulla rappresentanza. Che ora l’Ue ci costringe a colmare.

Se uno Stato membro decide di garantire stipendi adeguati tramite la contrattazione collettiva, infatti, per essere in regola in base al nuovo provvedimento Ue deve garantire che almeno l’80% dei lavoratori sia coperto. In Italia, come ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Claudio Lucifora, professore di Economia del lavoro alla Cattolica di Milano e consigliere del Cnel, “non siamo in grado di calcolare in maniera puntuale la percentuale di copertura dei ccnl”. Risultato: “Rischiamo di essere messi in mora da Bruxelles“, che chiederà di quantificare quella quota con precisione. Per questo l’Italia dovrà fare una legge sulla rappresentanza, che potrebbe costituire la “base” per arrivare poi al salario minimo legale, come ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Michele Raitano, professore di Politica economica alla Sapienza. In commissione Lavoro al Senato resta fermo il ddl Catalfo, che fissa una soglia minima di 9 euro lordi, ma propone anche come benchmark per ogni settore il trattamento minimo orario previsto dal contratto collettivo leader nel comparto.

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