Il pacchetto REPowerEU indicherà agli Stati membri dell’Unione europea la strada per affrancarsi dalla propria dipendenza dai combustibili fossili russi entro il 2027, ma solo nelle prossime ore si saprà se il piano della Commissione, complice la crisi che sta attraversando l’Europa, resta troppo ancorato alla ricerca di nuove fonti fossili alternative. E se tradisce o meno l’altro pacchetto che Bruxelles ha proposto a luglio 2021, il ‘Fit for 55’ che dovrebbe portare l’Ue a ridurre entro il 2030 le emissioni del 55% rispetto al 1990, per poi raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. In questo contesto, l’Italia fa i suoi conti su ciò che potrà o non potrà finanziare tra rigassificatori, gasdotti che possono trasportare idrogeno (su cui la Commissione punta molto) e interventi agli oleodotti già esistenti. Ma soprattutto a Roma occorre fare i conti sugli strumenti da adottare per rispettare il piano europeo che “è incentrato soprattutto su rinnovabili ed efficientamento energetico”, sottolinea il think tank Ecco che, in un’analisi appena pubblicata, fa il punto sugli effetti che l’applicazione del piano europeo dovrebbe avere in Italia. “Con la pubblicazione di REPowerEU ci aspettiamo che l’attenzione del governo italiano non sia rivolta esclusivamente alla ricerca di nuove fonti gas alternative”, spiega Davide Panzeri, Responsabile Programma Europa di Ecco, secondo cui “quello che manca nell’approccio del governo è una valutazione della compatibilità delle iniziative gas con l’obiettivo climatico dell’1,5°C e una messa a confronto diretta con le alternative pulite”.

Cosa c’è in cantiere per le fonti fossili
Nell’ottica di una diversificazione degli approvvigionamenti di gas e petrolio che, dunque, non arrivino dalla Russia, le ultime bozze del piano che la Commissione sta per presentare aprono la strada sia al potenziamento di condutture già esistenti, sia a nuovi impianti. Cruciale sarà la revisione delle linee guida per l’utilizzo dei fondi dei Pnrr degli Stati membri dato che, secondo le ultime indiscrezioni, l’intenzione è proprio quella di rendere possibile il finanziamento di infrastrutture legate a gas e petrolio finora escluse dalle regole del Next Generation Eu. Su quasi 300 miliardi stanziati, 220 sono infatti prestiti del Recovery non ancora utilizzati, a cui andranno sottratti i 70 miliardi chiesti dalla Spagna e i 15 della Polonia. L’Italia ha già riservato i suoi quasi 69 miliardi di prestiti. E allora si punta a far finanziare i nuovi progetti anche con i fondi strutturali, con un trasferimento fino al 5%, oltre al fatto che – in nome dell’autonomia energetica – ogni Paese potrà dirottare oltre il 10% dei fondi agricoli. E per smarcarsi dai fossili che arrivano dalla Russia, 10 miliardi andranno alla ricerca e alla trasformazione dei combustibili fossili. Nonostante il pacchetto Fit for 55 vada in direzione opposta. Ma tant’è, l’ennesima crisi ha cambiato le carte in tavola e queste risorse, in Italia, potranno essere utilizzate (anche) per il raddoppio del gasdotto Tap che arriva dall’Azerbaijan in Puglia e per nuovi rigassificatori che consentano la trasformazione del gas liquefatto proveniente dagli Usa. Per riammodernare le raffinerie di petrolio e per la costruzione di un nuovo oleodotto, andranno all’Ungheria 2 miliardi, ritenuti insufficienti da Budapest per dire addio alla dipendenza dalla Russia.

La necessità e il rischio di nuove dipendenze
I cambi di rotta rispetto alle fonti fossili sono quelli che più fanno discutere, pur ritenendo l’Unione europea – almeno sulla carta – che la semplice sostituzione delle fonti fossili russe con fossili di altra provenienza sia una soluzione necessaria, ma di breve termine. “Sul lungo periodo la dipendenza dal gas rischia infatti di dare origine a nuove situazioni di insicurezza energetica”, fa notare in un’analisi appena pubblicata il think tank che sottolinea come “la maggior parte dei Paesi esportatori si trovi in aree dalla stabilità solo apparente come il Nord Africa o la fascia subsahariana” e come questo fattore comporti “un rischio geopolitico di nuove interruzioni delle forniture”. Eppure, a livello pratico le azioni degli Stati europei si sono finora concentrate maggiormente sulla ricerca di nuovi fornitori di gas e sul potenziamento delle infrastrutture legate al Gnl. La stessa Italia ha puntato sulla diversificazione delle fonti attraverso accordi per un incremento delle forniture tramite i gasdotti esistenti (TAP da Azerbaijan, Transmed da Algeria), o sotto forma di Gnl (da Egitto, Congo, Angola e Qatar), sulla proposta di incrementare la capacità di rigassificazione in Italia e sull’aumento della produzione sia in Italia che in Paesi terzi. Molto meno è stato fatto finora per accelerare la sostituzione e la riduzione dell’uso dei combustibili fossili, specialmente per quanto riguarda l’efficienza energetica. “È inoltre mancata una visione di insieme capace di collegare le azioni intraprese in questo senso – spiega il think tank – con i piani (tra cui il PNIEC, Piano Nazionale per l’Energia e il Clima) che dovrebbero guidare l’Italia verso gli obiettivi climatici al 2030 e oltre”.

Le rinnovabili nel pacchetto
Il pacchetto che verrà presentato domani, però, si concentrerà soprattutto sulle strade della generazione elettrica da fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. In questo caso, la via scelta da Bruxelles coincide con il percorso definito dal Green Deal, espandendo gli obiettivi e accelerando le tempistiche già contenute nel pacchetto Fit for 55. Queste misure, come anticipato dalla Commissione lo scorso 8 marzo, contribuiranno all’eliminazione della dipendenza dal gas russo ben prima del 2030. Ma cosa significa per l’Italia? Secondo un’analisi appena pubblicata da Ecco “nell’ambito delle rinnovabili, per il nostro Paese questo significa incrementare l’attuale tasso di installazione di generazione elettrica rinnovabile (circa 1,5 GW all’anno) che vedrebbe gli obiettivi del 2030 raggiunti soltanto nel 2071”. Il tasso di installazione, dunque, deve raggiungere non meno di 10 GW all’anno “con un obiettivo di sostituzione di almeno 7,5 miliardi di metri cubi di gas entro il 2025, che corrispondono a circa un quarto delle importazioni italiane di gas dalla Russia”. La forte accelerazione allo sviluppo delle rinnovabili imporrà, però, modifiche nel disegno del mercato elettrico, inclusa la ridefinizione del meccanismo del capacity market, oggi fortemente orientato allo sviluppo di nuova capacità gas.

Nel settore edilizio
In ambito residenziale, il gas ricopre il 59,5% dell’energia fornita per il riscaldamento. “Nel settore edilizio – scrive Ecco – per dare seguito a REPowerEU occorrerà rivedere l’intero impianto di incentivi al fine di escludere il gas dagli interventi di ristrutturazione e armonizzare l’entità delle detrazioni valorizzando in percentuale maggiore l’efficienza energetica e la decarbonizzazione. Questo include rinnovare il Superbonus 110 e ridisegnarlo per renderlo uno strumento mirato e di lungo periodo in grado di affrontare l’efficientamento del complesso panorama edilizio italiano, eliminandone la dipendenza dal gas. Nel percorso di elettrificazione del riscaldamento domestico REPowerEU prevede di raddoppiare le installazioni previste al 2025 di pompe di calore “che per l’Italia significa raggiungere 1,2 milioni di nuove unità, per un risparmio di circa un miliardo di metri cubi di gas”. Va sottolineato che nella produzione di pompe di calore la tecnologia italiana costituisce un’eccellenza a livello europeo e internazionale. Ma, come ricorda Ecco, circa il 60% del valore della produzione nazionale, aumentato nel 2021 del 4% rispetto al 2019, viene esportato.

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