Oggi non è più la festa del lavoro, perché in realtà la festa la stanno stanno facendo ai lavoratori e alle lavoratrici. Gliela fanno con lo sfruttamento e la precarizzazione che non diminuiscono bensì aumentano a dismisura, con il quotidiano stillicidio di morti per “incidenti in realtà omicidi”, con il non rispetto delle norme sulla sicurezza, con l’assenza di controlli seri alle imprese che diventano sempre più arroganti e dettano la loro legge a governi sempre più proni. Se il Ministro Andrea Orlando azzarda a parlare di aumenti salariali, il mastino confindustriale Bonomi lo azzanna senza pietà.

Oggi non è la festa del lavoro perché il mondo del lavoro è diviso dal ricatto della guerra che prelude alla crisi già in atto e quindi alla perdita del lavoro, una guerra che nessuno vuole ma che ci viene imposta dalla logica guerrafondaia delle superpotenze e dei loro vassalli, a est e a ovest, a sud e a nord dell’emisfero. Non è una festa perché milioni di migranti vagano tra i continenti tentando si sfuggire alla morte per fame, per bombe, per discriminazioni vecchie e nuove, e ora assistiamo anche alla differenziazione tra i profughi: chi viene da terre in conflitto che consideriamo “nostre” giustamente li assistiamo, ma se dallo stesso territorio o dal mare arrivano persone con colore o tratti somatici diversi li ignoriamo e li respingiamo.

Non è una festa perché i diritti stanno drammaticamente diminuendo e cresce l’arroganza del potere, degli autocrati, dei dittatori, ma anche nelle cosiddette care democrazie, dove si può parlare, bella soddisfazione, ma quando si cerca di cambiare veramente qualcosa si diventa automaticamente scomodi, inopportuni, da silenziare. La crisi della democrazia in questo inizio di secolo e di millennio, è la più grande disillusione per tutti coloro che hanno combattuto per la libertà in quello precedente, che hanno lottato per maggiore uguaglianza e diritti. Pensavamo di aver costruito una società migliore e ci troviamo in un mondo dominato da poteri sempre più oscuri e più concentrati, dove l’informazione è per lo più al servizio dei forti.

La politica è diventata una farsa, una rappresentazione teatrale in cui i protagonisti pirandellianamente in cerca di autore non sanno chi sono e perché si trovano su quel palcoscenico. Non è un primo maggio di festa, è un primo maggio di dolore, per la morte di tante persone innocenti in Ucraina e in tante altre parti del mondo di cui non ci ricordiamo, perché il sistema mediatico regola le nostre vite secondo una graduatoria degli interessi che non ha molto a che vedere con la verità e con la realtà.

Non è una festa del lavoro, perché troppe volte il diritto al lavoro viene sbattuto in faccia alla difesa dell’ambiente con un continuo ricatto doppiamente ignobile. In ogni caso però ci vedremo nelle piazze, quelli che indomitamente pensano che non è finita finché non è finita, che lottare è sempre necessario, indispensabile, anche quando sembra che non ci siano più speranze. Quindi sempre e comunque viva il primo maggio, viva il lavoro, ora e sempre resistenza.

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