“La Brigata Ebraica è il simbolo dell’orgoglio di una comunità sterminata dai nazifascisti: quando si mette sullo stesso piano aggrediti e aggressori allora significa che si è dato troppo fiato a arroganti, ignoranti e cattivi maestri“. Chissà in quale delle tre categorie – da lui stesso enunciate alla fine della giornata del 25 aprile – dovrebbe essere classificato Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e coordinatore di quel poco che ci sarà da coordinare di Italia Viva. Perché – passato meno di un giorno dalla festa della Liberazione – il pretoriano di Matteo Renzi, tra le tante parole a sua disposizione per fare le condoglianze per la morte di Assunta Almirante, vedova di Giorgio, ha scelto proprio queste: “Scompare una testimone di rilievo dell’eredità morale e politica del marito”. Subito dopo il tweet di Rosato è iniziata la sfida per capire quale potrà essere l’eredità morale di uno che è stato fascista fino all’esperienza da collaborazionista dei nazisti nella Repubblica di Salò se non, appunto, il fascismo? Glielo chiedono in parecchi su Twitter, ma lui risponde che hanno tutti “frainteso”, tecnica cara alla comunicazione della destra di cui d’altra parte Rosato è alleato alle elezioni qua e là. Dopo qualche ora, finalmente, ha eliminato il tweet: “Ho cancellato un tweet in cui volevo fare delle condoglianze – ha scritto – non riaprire il dibattito sul fascismo che ho sempre condannato e in cui non ho mai trovato nulla di buono. Chi mi conosce lo sa. Ho visto reazioni anche di persone che stimo. Mi è uscito male, può accadere, mi spiace”.

Giusto per non lasciare margine ai “fraintendimenti” bisognerà sintetizzare quasi all’osso “l’eredità morale e politica” di Almirante. Oltre che convintamente fascista, è stato razzista e antisemita, per esempio. Dal 1938, anno dell’emanazione delle leggi razziali, è stato segretario di redazione della rivista La difesa della razza diretta da Telesio Interlandi, ributtante alfiere dell’antisemitismo: “Si possono bastonare gli ebrei sulla strada? – scrisse tra le altre cose Interlandi – Ohibò; non sarebbe civile. Civile è invece lasciarsi beffare dall’ebreo, subirne la provocazione, assistere alla sua quotidiana pacifica digestione di parassita. Vedere un ebreo comodamente a sedere in un autobus strapieno e non gettarlo dal finestrino per offrire il suo posto a una vecchia che non si regge in piedi, è prova di civiltà”. E’ su La difesa della razza che viene pubblicato per la seconda volta in 15 giorni il Manifesto della Razza – firmato da 10 scienziati, tra cui 2 zoologi – in cui si legge tra l’altro che “esiste una pura razza italiana”, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”, che è “necessario fare una distinzione tra i mediterranei d’Europa da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra”. Il Manifesto della razza ha anticipato di poche settimane la promulgazione delle Leggi razziali, che priveranno gli ebrei di tutti i diritti e saranno la base ideologica che porterà alla deportazione e allo sterminio di migliaia di italiani.

Nel 1942 su quel quindicinale sovvenzionato dal fascismo Almirante – a 28 anni – scrive che “il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri”. Altrimenti, sottolinea, “finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue“. La sua fede nel fascismo nacque mentre studiava. Cominciò a scrivere sul Tevere, un altro giornale antisemita, di cui Almirante sarà anche caporedattore. Una fede nel fascismo e in Mussolini incrollabile e che non ha mai rinnegato: “Il mio passato è stato quello. Non posso rinnegarlo. Cerco di farne rivivere quanto c’era di valido“. Giovanni Minoli gli chiese nel 1987, oltre 40 anni dopo, che cosa gli piaceva di meno di Benito Mussolini. Almirante rispose “gli stivaloni”.

Fascista, razzista, ma pure bugiardo: una “eredità morale” di un certo livello. Nel 1971 l’Unità e il Manifesto pubblicarono un documento ritrovato da alcuni ricercatori dell’università di Pisa. Era negli archivi del Comune di Massa Marittima, in provincia di Grosseto. Era un manifesto affisso nella primavera del 1944 sui muri di molti paesi della Toscana sotto l’occupazione nazista. In sostanza l’avviso ordinava agli “sbandati” e agli “appartenenti a bande”: consegnatevi entro le ore 24 de 25 maggio o sarete fucilati alla schiena. I destinatari sono i partigiani e i soldati che dopo l’8 settembre hanno scelto la Resistenza e non la guerra al fianco di Hitler. Il manifesto è firmato da Almirante, in qualità del ministro (collaborazionista) della Cultura popolare Ferdinando Mezzasoma. “Un servo dei Nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi” titola l’Unità.

La risposta di Almirante è una valanga di querele: accusa il giornale di “un’ignobile infamia“. Il processo fu istruito dai magistrati Vittorio Occorsio e Niccolò Amato. Durò 7 anni e portò al ritrovamento di altri documenti che confermavano la paternità di quel manifesto: tra le altre cose uscirono fuori la copia originale dell’atto, un telegramma firmato ancora da Almirante in cui si sollecitava l’affissione in tutti i comuni della provincia di Grosseto. La storia del processo su quello che venne chiamato il “manifesto della morte” è stata raccontata in L’avrai, camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani, di Carlo Ricchini. Il volume ricorda tra le altre cose la strage di Niccioleta, una frazione di Massa Marittima, dove il 13 e il 14 giugno, dopo la diffusione di quel bando, furono uccisi dai nazisti e dai fascisti 83 minatori accusati di collaborazione con i “banditi partigiani”.

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