Sul 2% sono più o meno tutti d’accordo. Sui tempi per raggiungere l’obiettivo nessuno ha voglia di sbilanciarsi più di tanto. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha fatto proprio un ordine del giorno di Fratelli d’Italia per affermare che l’Italia intende rispettare l’impegno assunto con la Nato per aumentare il suo budget per la difesa fino a due punti percentuali del Pil. Significa che dalla spesa per esercito ed armi attuale annua di 27 miliardi di euro dovremmo salire a 38 miliardi circa. In teoria gli accordi con la Nato prevedono che il 2% venga raggiunto nel 2024. Draghi non ha fatto espliciti riferimenti alla data ma le sue parole sembravano sottintendere un riferimento a questa scadenza, spingendosi un po’ più in là rispetto alla risoluzione parlamentare che non contiene specifiche indicazioni di calendario.

Oggi pomeriggio il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha però specificato “Dal 2019 ad oggi abbiamo intrapreso una crescita graduale delle risorse sia sul bilancio ordinario che sugli investimenti, che ci consentirà, se anche le prossime leggi di bilancio lo confermeranno, di raggiungere la media di spesa dei Paesi dell’Unione europea aderenti alla Nato e poi, entro il 2028, il raggiungimento dell’obiettivo del 2%”. Del resto già nel 2019 il ministro aveva affermato che la scadenza 2024 “non è realisticamente realizzabile”. La posizione di Guerini si avvicina molto a quella del leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte che ieri aveva affermato “un conto è se questo impegno va rispettato nel 2024, un conto se entro il 2028, un altro conto ancora è rispettarlo entro il 2030″, precisando poi : “Non stiamo comprando le armi per l’Ucraina: quella è un’altra prospettiva” e per il quale si passa “da un fondo europeo di 5 miliardi. E non ne abbiamo speso neppure uno”.

Dopo l’invasione dell’Ucraina sono fioccati gli impegni ad alzare i fondi per la difesa. Oltre all’Italia lo hanno promesso la Danimarca, la Polonia, la Romania, la Spagna. E poi c’è la Germania che non solo ha messo in conto una spesa da 100 miliardi di euro “una tantum” destinati in buona parte a comprare 35 jet F35 e ad un rapido delle forze armate ma anche, a sua volta, l’intenzione di collocare stabilmente la spesa per la difesa almeno al 2% del Pil. Il budget militare di Berlino passerà quindi da 60 a 90 miliardi di euro di euro circa. L’indicazione sui tempi è stata però piuttosto vaga. Così come vaga è stata la Spagna, che spende in difesa 15 miliardi all’anno e dovrebbe quasi raddoppiarli. Il primo ministro Pedro Sanchez ha spiegato che questo accadrà “nei prossimi anni”. Non cerchia date sul calendario per il raggiungimento del 2% neppure il Belgio, il cui primo ministro Alexander De Croo ha detto: “Sappiamo che la nostra spesa in difesa deve crescere, alzeremo il budget per migliorare l’operatività nei prossimi 3 anni”. Bruxelles spingerà probabilmente un po’ sull’acceleratore ma ufficialmente l’obiettivo del 2% rimane fissato al 2030.

Già oggi (i dati sono riferiti al 2021), tra i 30 paesi membri dell’alleanza atlantica c’è chi spende il 2% o di più. Nel 2021 la Gran Bretagna è salita al 2,3%, la Polonia al 2,1%. C’è poi il caso “anomalo” della Grecia che arriva addirittura al 3,8% più degli Stati Uniti (3,5%) ma che ha a che fare con un vicino non semplice come la Turchia. Va detto che, essendo il dato calolcato in rapporto alle dimensioni dell’economia, la percentuale di Atene è schizzata verso l’alto dopo la forte recessione che ha colpito il paese. In valori assoluti le cifre spese per esercito e armamenti sono rimaste più o meno costanti. Intorno al 2% si colloca la Francia, mentre la Germania si fermava all’1,5% di poco davanti all’Italia (1,4%) e alla Spagna, in fondo alla classifica all’1%.

Sebbene la spesa per eserciti e armi sia crollata insieme al muro di Berlino, negli ultimi 5 anni i budget hanno ripreso ad allargarsi, anche in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Nel loro insieme i paesi dell’Unione europea spendono oggi i ben più della Russia: 200 mld contro 61 miliardi. Tuttavia il livello di integrazione delle varie forze armate è modesto. E integrare costa. La scelta della Germania di avere gli F35 si motiva anche con il fatto che son velivoli in uso presso molti altri paesi Nato e quindi più facilmente integrabili in operazione di difesa comune. Per chi vuole vedere il bicchiere mezzo pieno, quello innescato dal conflitto ucraina, potrebbe essere un primo passo verso la creazione di un esercito europeo, con Germania, Francia, Italia e Spagna a fare da spina dorsale del sistema difensivo dell’Unione. In prospettiva questo permetterebbe all’Europa di emanciparsi, almeno in una qualche misura, dalla “tutela” statunitense.

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