Il governo spagnolo ha messo fine a una crisi diplomatica con il Marocco durata quasi un anno e lo ha fatto con la decisione inaspettata di cambiare la sua posizione sulla questione del Sahara occidentale. Una settimana fa il Marocco ha reso nota parte del contenuto di una lettera – pubblicata successivamente da El País – che il presidente spagnolo Pedro Sánchez ha inviato al re marocchino Muhammad VI alcuni giorni prima: tra le altre cose si dichiara che Madrid “considera l’iniziativa marocchina dell’autonomia, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia”. Si tratta di un cambiamento rilevante dato che la Spagna fino a ora chiedeva una “soluzione politica, giusta, duratura e accettabile reciprocamente, in linea con le Nazioni Unite”, senza però preferire né l’opzione dell’autonomia né quella dell’indipendenza. L’iniziativa proposta dal Marocco concepisce di fatto il Sahara occidentale come una regione con competenze limitate: concede al territorio funzioni amministrative, economiche, fiscali, culturali, ambientali e infrastrutturali. Il Marocco, invece, manterrebbe le competenze principali come il controllo della difesa e della sicurezza nazionale, degli esteri, della moneta, della bandiera e della religione, così come lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio.

La decisione del governo spagnolo ha ricevuto critiche unanimi dal parlamento. Fin da subito, i membri di Unidas Podemos, il partito di minoranza del governo, hanno criticato il Psoe per non averli nemmeno avvertiti della decisione. Oltre che sulla forma, si distanziano anche dal contenuto difendendo la necessità di indire un referendum e di rispettare la libera determinazione del popolo saharawi. Gabriel Rufián, portavoce di Erc (Esquerra Republicana, gli indipendentisti catalani di sinistra) nel Congresso, ha lanciato una provocazione ai socialisti: “La sabbia del Sahara c’è ancora a Madrid. Quando la vedono, si ricordino del tradimento al popolo saharawi”.

La chiusura della crisi diplomatica con il Marocco ha portato all’apertura di un altro fronte di tensione, quello con l’Algeria, il principale fornitore di gas della Spagna e partner strategico per il controllo dei flussi migratori irregolari. Il Paese nordafricano, primo alleato e protettore del Fronte Polisario, ha risposto ritirando immediatamente il suo ambasciatore a Madrid. Anche il Fronte Polisario si è aggiunto alle critiche: “La Spagna soccombe davanti al ricatto e alla politica della paura del Marocco. È una posizione che non corrisponde alla responsabilità politica e giuridica della Spagna e che condizionerà il suo ruolo nella risoluzione del conflitto”, ha dichiarato.

Madrid, Rabat e il Sahara occidentale: un intreccio lungo 150 anni
Gli intrecci tra Spagna e Marocco sul Sahara sono tutt’altro che recenti. Era il 1883 quando le truppe di Madrid occuparono il Sahara occidentale, un territorio di 266mila chilometri quadrati, che rimase una sua colonia per quasi un secolo. Nel 1973 nacque il Fronte Polisario, che rivendicava l’indipendenza del territorio: un anno dopo la Spagna propose di indire un referendum di autodeterminazione del Sahara, ma il Marocco, temendo di perdere la consultazione e il territorio stesso, scatenò le ostilità contro il Polisario. Nel 1975 il re Hassan II spinse circa 350mila civili provenienti dal Marocco a entrare e occupare il territorio sahariano: un evento che si ricorda come la Marcia Verde.

La Spagna, con il regime franchista ormai agonizzante, era incapace di sopportare le pressioni del regno vicino. Per questo abbandonò la colonia e, nel 1976, cedette il controllo del territorio al Marocco e alla Mauritania. L’abbandono della regione portò a una divisione interna del popolo saharawi: migliaia di persone fuggirono verso l’Algeria, dove vennero costruiti dei campi di accoglienza che esistono ancora oggi. L’Unhcr calcola che circa 173mila persone vivono da più di 40 anni nei cinque campi di rifugiati che si trovano nella regione di Tinduf, nell’ovest dell’Algeria, in pieno deserto. La situazione in questi campi è complicata e i residenti vivono degli aiuti umanitari.

Un minor numero di persone decise invece di rimanere nel Sahara occidentale. “Quelli che sono sopravvissuti alla repressione marocchina e che non scapparono rappresentano oggi solo il 15 per cento della popolazione dei territori occupati, perché il Marocco fin dall’inizio mandò dei coloni provenienti dal suo Paese per diluire l’identità saharawi”, spiega il giornalista Tomás Bárbulo nel podcast Hoy en El País.

A partire dalla ritirata della Spagna dal territorio, scoppiò una guerra tra Fronte Polisario e Mauritania, che firmarono un accordo di pace nel 1979, e tra Polisario e il Marocco, che arrivarono a un cessate il fuoco nel 1991, violato più volte negli anni. In quello stesso anno l’Onu approvò il Settlement Plan, accordato dalle autorità marocchine e dal Polisario, che prevedeva di indire un referendum per permettere al popolo saharawi di scegliere tra l’indipendenza o l’integrazione con il Marocco. Per vigilare il processo, si istituì la Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale. Tuttavia, 31 anni dopo, la consultazione non si è ancora svolta, nonostante il Fronte Polisario non abbia mai smesso di rivendicarlo, nemmeno nel 2007, quando il Marocco presentò all’allora segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, la sua proposta di autonomia del territorio, quella che ora Sànchez ha scritto di approvare.

Il caso Gali e i 10mila lasciati passare a Ceuta nel 2021
Il cambio di posizione della Spagna è arrivato dopo mesi di pressioni del Marocco, soprattutto in seguito al riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara da parte dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel dicembre del 2020. Da quel momento il regno ricominciò a esigere una posizione chiara dei partner europei. La controversia con il paese iberico ebbe inizio ad aprile 2021 quando il Marocco scoprì che Brahim Gali, leader del Fronte Polisario, venne ricoverato in un ospedale spagnolo di Logroño (in La Rioja, nel Nord del Paese). La risposta di Rabat arrivò un mese dopo, a maggio, quando permise l’entrata – in piena pandemia e in soli tre giorni – di circa 10mila persone a Ceuta. La maggior parte era di origine marocchina e riuscì a entrare nella città autonoma spagnola nel Nordafrica, a piedi o a nuoto, grazie all’indifferenza delle forze di sicurezza marocchine che sorvegliano il confine. In quell’occasione, il Marocco ritirò la sua ambasciatrice da Madrid. Ora, con la chiusura della controversia, è tornata nella capitale spagnola.

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