L’ex Ilva può aumentare la produzione d’acciaio e se servono soldi garantisce lo Stato. Parola del premier Mario Draghi che al termine della presentazione del “decreto Energia” ha annunciato l’estensione della garanzia “Sace” dello Stato alla fabbrica “per consentire all’azienda di aumentare la produzione e sopperire alle carenze di acciaio nel Paese”. Le dichiarazioni di Draghi sono arrivate poche ore prima del bombardamento dello stabilimento siderurgico “Azovstal” di Mariupol, in Ucraina. “Posso dire che abbiamo perso questo gigante economico” ha detto alla tv ucraina il consigliere del capo del ministero degli Affari interni Vadym Denisenko, annunciando la distruzione di uno dei più grandi impianti d’Europa. E se in Ucraina la guerra ha fermato un gigante economico, in Italia la stessa guerra e la crisi energetica sembrano le concause della riesumazione dell’ex Ilva, che da simbolo della futura transitone ecologica ora appare lo spettro del ritorno al carbone. Il sostegno dello Stato, però, non è l’unico risultato portato a casa dal presidente di Acciaierie d’Italia, la joint venture tra la multinazionale Arcelor Mittal e lo Stato attraverso Invitalia, che gestisce l’ex Ilva. Bernabè ha infatti ceduto a Morgan Stanley crediti per circa 1,5 miliardi di euro ottenendo in cambio una sostanziosa linea di credito che permetterà alla società di superare la mancanza di liquidità che finora sono stati il vero scoglio.

A questi, si aggiungono anche 150 milioni di euro di fondi inizialmente destinati alla bonifica dell’area industriale, che attraverso un articolo del dl energia ora vengono assegnati nuovamente alla produzione. Un punto destinato a suscitare un nuovo vespaio dopo il tentativo andato a male lo scorso febbraio, quando il Governo con un articolo del “decreto Milleproroghe” aveva provato a dirottare ben 575 milioni. In quell’occasione, però, la rivolta popolare a Taranto spinse tutti i partiti politici, a eccezione della Lega Nord, a presentare emendamenti per neutralizzare, com’è infatti accaduto, quel dirottamento di fondi. Poco più di un mese dopo, però, il Governo ci riprova. Il nuovo dirottamento di fondi, però, questa volta fa leva sulle dichiarazioni rese dai commissari straordinari dell’Ilva Antonio Lupo, Francesco Ardito e Alessandro Danovi: alle commissioni della Camera, i commissari avevano spiegato che la gran parte di quei 575 milioni era stata opzionata, ma circa 170 milioni erano ancora svincolati. Ed è da questo tesoretto che il Governo ha attinto per sostenere l’aumento produttivo dell’acciaieria.

Voler produrre più acciaio all’ex Ilva, però, non significa che la fabbrica tarantina sia in grado di farlo. Pur avendo un’autorizzazione integrata ambientale che le consente di produrre fino a un massimo di 6 milioni di tonnellate all’anno, la produzione di Acciaierie d’Italia si è fermata nel 2021 a 4,7 milioni di tonnellate. Un dato legato ai diversi interventi di ammodernamento ancora in corso su diversi impianti. E per sperare di incrementare l’acciaio da produrre, l’unica possibilità di AdI è il ritorno in servizio di Afo4, fermo per diversi mesi per il rifacimento del crogiolo interno: se anche Afo4 tornasse in marcia, la società potrebbe arrivare a produrre 5,5 milioni di tonnellate all’anno. Sul punto, però, ci sono due grandi interrogativi. Il primo riguarda i lavoratori: nelle scorse settimane infatti, Adi ha annunciato la nuova cassa integrazione per circa 3mila operai e di questi ben 2500 nello stabilimento tarantino. Nonostante questa nuovo scenario e l’aumento della produzione, l’azienda non sembra intenzionata a modificare i numeri della cassa. Insomma più produzione, ma con gli stessi operai. Non solo. A giugno 2021, i direttori generali di Arpa Puglia, Aress Puglia e Asl di Taranto hanno inviato al ministero per la Transizione Ecologica la Valutazione del Danno Sanitario per l’ex Ilva certificando che la salute di operai e abitanti del capoluogo ionico non è al sicuro con un livello di produzione di 6 milioni di tonnellate all’anno. “Dalla presente valutazione – si legge nel documento – emerge la permanenza di un rischio sanitario residuo non accettabile relativo ad uno scenario di produzione di 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio”.

Alla missiva era allegato lo studio condotto dalle agenzie che non solo ha confermato quanto era già stato certificato in passato rispetto a inquinanti dannosi come il Benzene e il Benzo(a)pirene, ma analizzando anche l’impatto di polveri (pm2,5 e pm10) e altri inquinanti come mercurio, rame e naftalene, ha stabilito che in particolare al quartiere Tamburi il rischio era troppo elevato: “Si osserva pertanto – si legge ancora – come già nella precedente esperienza condotta nel 2019, una convergenza dei risultati dei due approcci, tossicologico ed epidemiologico, che portano per l’intera area a raccomandare l’adozione di ulteriori misure finalizzate al contenimento dell’esposizione agli inquinanti considerati”. E mentre gli esperti, insomma, ribadiscono che è “indispensabile” intervenire nello stabilimento siderurgico per procedere a “una riduzione dell’esposizione della popolazione residente per ricondurre il rischio all’interno di una soglia accettabile”, da Roma arrivano misure e disposizioni di segno opposto.

“La guerra giustifica tutto – ha dichiarato la portavoce di Europa Verde-Verdi di Taranto, Eliana Baldo – è il refrain che inizia a circolare per giustificare scelte scellerate come quella di aumentare la capacità produttiva di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) o di stanziare somme per una decarbonizzazione che non avrà mai luogo. Quello che ci propina Draghi nel dl Energia è l’ennesimo sacrificio per la comunità tarantina”. Baldo ha sottolineato che, di fatto, “con la legislazione di emergenza si stabilisce maggiore produzione di acciaio ma nulla si dice in merito alla salute dei cittadini, non una parola sulla necessità di una Valutazione del danno sanitario preventivo o sulla possibilità di chiusura dell’area a caldo”. Secondo i Verdi, “lo stato di guerra non può aggravare una situazione sanitaria come quella di Taranto già compromessa tanto da essere definita nell’ultimo rapporto Onu zona di sacrificio, tra le più inquinate del mondo. Chiediamo al governo di avere il coraggio di abbandonare le fonti fossili tipiche di un’economia vetusta e di guardare al bene del territorio ionico puntando alle rinnovabili capaci di garantire un futuro sicuro e di pace”.

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