“Com’è possibile che per decenni l’Occidente abbia avuto paura di questo paese?”. Questa la domanda centrale di Buonanotte signor Lenin, libro-reportage di Tiziano Terzani scritto nell’autunno del 1991 al tramonto dell’Unione Sovietica. Terzani, che quell’estate si trova in viaggio con alcuni colleghi in Siberia per raccontare la distanza tra il decadente comunismo sovietico e il laborioso impero cinese, viene a sapere del putsch di Mosca, che darà il colpo di grazia al Partito. Preso dalla necessità di capire cosa stia accadendo, Terzani inizia un viaggio lungo le Repubbliche sovietiche per cogliere lo spirito del tempo e le impressioni di quel momento storico. Attraversa quindi gli Stati dell’Asia centrale, supera il Mar Caspio per cogliere le forti tensioni tra Azerbaijan e Armenia (il conflitto del Nagorno Karabakh era di là da venire), fino a giungere nel cuore pulsante dell’Impero sovietico e testimoniarne l’implosione.

Leitmotiv di questo viaggio in cui il lettore viene accompagnato per mano, quasi come un turista in un museo di fossili ancora miracolosamente in piedi, è la miseria. Terzani vede miseria ovunque: nel trionfo del mercato nero come forma alternativa di commercio, nella corruzione ormai prassi tra le alte sfere del potere, nella farraginosa burocrazia del rilascio dei visti, nel sospetto dilagante che emerge dall’atteggiamento di tutti, dai nuovi potentati alle digiurnaie, le responsabili dei piani negli alberghi sovietici.

Accanto alla povertà e al fallimento degli ideali socialisti di uguaglianza e parità, Terzani registra ovunque il riemergere dei dissapori nei confronti dei russi. Nel periodo staliniano, infatti, intere popolazioni vennero spostate e ‘mescolate’ non solo per garantire in ogni Repubblica la presenza di russi, formati nelle migliori università e quindi più adatti a ricoprire ruoli apicali, ma anche per attuare la vecchia pratica del ‘divide et impera’: senza un popolo unico, unito da lingua o tradizioni comuni, il potere sovietico potè resistere nei lunghi anni della Guerra Fredda. Con l’approssimarsi del crollo dell’Urss, ovunque tornano a galla le richieste di autonomia e le antiche tradizioni locali, mai del tutto sopite, accanto al disprezzo per i russi, ora davvero percepiti come invasori.

Il cuore di questo reportage è il viaggio attraverso le cinque repubbliche del Centro Asia, Kazakhstan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, abitate da popoli turchi e un tempo riunite nel Turkestan, antichissima roccaforte musulmana. Proprio qui i locali fanno perno sulla religione per differenziarsi dall’invasore russo, prima ortodosso (all’epoca degli zar) e poi ateo, sotto l’Urss. Il timore di Terzani è che un conflitto locale, che rischia di degenerare in una guerra civile, prenda il via proprio da rivendicazioni di tipo religioso.

Arrivando ai nostri giorni, questi Paesi si trovano stretti tra una Russia minacciosa e una Cina, manco a dirlo, sempre più vicina, pronta ad approfittarne nel caso in cui Mosca decida di interrompere le relazioni – o se le sanzioni comminate a Mosca provocassero un collasso economico. Insomma, Terzani ci aveva visto giusto: ancora oggi, trent’anni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le vecchie repubbliche socialiste non riescono a smarcarsi dall’invadenza del vicino russo, a meno di non volere cadere nell’orbita di Paesi ed economie forse ancora più tentacolari.

Alla fine il ‘secolo breve’ di Hobsbawm non è stato così fugace: quello che sta accadendo con l’Ucraina, come negli ultimi decenni è avvenuto in Georgia con l’Abkhazia e l’Ossezia o nel conflitto tra armeni e azeri, dimostra che il sogno socialista non si arrende alla propria fine: speriamo si svegli prima del punto di non ritorno.

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