Oltre alle bombe, le guerre portano anche tanta solidarietà. La gente si unisce, condivide il dolore ma anche l’acqua e il cibo, dorme assieme negli appartamenti per alleviare il panico, si scambia informazioni sui telefoni, organizza comitati, raccoglie viveri e indumenti. Ma ogni conflitto diventa anche terreno per approfittatori privi di ogni scrupolo, che sfruttano le difficoltà per provare ad arricchirsi. E così anche l’escalation sempre più pericolosa fra Russia e Ucraina è piena zeppa di speculatori che fanno festa sulle disgrazie della povera gente.

Mohyliv Podilski è l’ultima fermata del treno da Kiev prima della Moldova. Di là, oltre il fiume Nistro, nell’altro ex Paese sovietico che comincia a temere l’ingordigia di Putin e che ha appena chiesto di entrare nell’Unione europea, i rifugiati che scappano vengono accolti a braccia aperte. Non è ricca, la Moldova, e non è un caso che questa sia la rotta meno battuta da chi fugge. Ma in questa piccola nazione a due passi dalla guerra, dove le autorità hanno chiuso da qualche giorno l’aeroporto di Chisinau per la paura di qualche missile fuori controllo, l’accoglienza è commovente. Non ci sono grandi budget destinati ai profughi, ma le anziane del posto e le ragazze della chiesa locale si alternano cucinando panini, offrendo tè caldo, marmellata fatta in casa e soprattutto le “famose” (così dicono…) mele moldave. Il riscaldamento, nel piccolo hangar, è a palla mentre fuori cade la neve. E in mezzo ai fiocchi spuntano loro, quelli che, dalle disgrazie, hanno tutto da guadagnarci. “Vi portiamo noi dove volete”, spiega in russo, poi in tedesco e persino in italiano un corpulento omaccione con targa di Bucarest e sigaretta perennemente accesa. A chi scappa non sembra vero ma occhio alle fregature. Si contratta, e a lungo, e alla fine ci si accorda per 80 euro fino al confine rumeno. Va ancora peggio dalla frontiera a Iasi, la città rumena con l’aeroporto più vicino. Qui addirittura sembra un passaggio amichevole “per i poveri amici ucraini che scappano”. Macché: altri 50 euro che volano e siamo a 130.

La sala d’attesa pullula di rifugiati in cerca di una via di uscita. I volontari anche qui si fanno in quattro, parlano la stessa lingua di chi è in fuga e si approcciano con grande tatto, ma di voli a tariffe scontate nemmeno l’ombra, anzi. Chi vuole raggiungere l’Europa deve sborsare diverse centinaia di euro. Non tutti hanno internet: la connessione va e viene ma non esiste un servizio di prenotazione sul posto. “Va fatto on line”, rispondono serafici. Chi cerca di partire con i propri animali domestici si trova le porte sbarrate da alcune compagnie che non accettano cani e gatti. Resta solo l’autobus, ma per arrivare in Italia servono due giorni o forse addirittura tre. Nel frattempo gli alberghi di Iasi sono tutti esauriti e chi non ha un mezzo proprio deve bivaccare in aeroporto: altra stanchezza su corpi già provati dall’esodo.

Bell’affare, la guerra: a Kiev, qualche giorno fa, per attraversare il ponte sul Dnepr lungo più o meno un chilometro il tassista chiedeva 130 euro. “Se è troppo andate a nuoto”, è stata la risposta alle proteste. “O così o vi arrangiate”. Spasibo.

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