Povertà, lotta di classe, rivoluzione, uguaglianza, futuro. Parole ricche di storia ma che al contempo possono essere facilmente apprese come concetti astratti, perché lontane dalla propria realtà culturale e materiale; o perché trattate così, come concetti in sé, quasi estetici e scissi dalla loro concreta traduzione sociale e trasformazione storica. Diletta Bellotti è un’attivista romana laureata in Diritti umani e migrazioni internazionali a Bruxelles e attualmente è ricercatrice alla Fondazione Osservatorio Agromafie: ha scritto The Rebel Toolkit: Guida alla tua rivoluzione (De Agostini, 224 pp, 12,90 euro) nel quale ricorrono proprio quelle stesse parole complesse, oggetto di frequenti semplificazioni, decorse nel vocabolario collettivo o svuotate di significato. L’autrice però supera questa impasse e quelle parole le usa e le usa tutte. Il linguaggio con cui affronta simili temi è semplice ma non semplificante, dunque, pure efficace.

L’efficacia sta in una certa immediatezza di contenuto e nella costruzione di una narrazione che è esplicita e che riconnette continuamente i punti che vengono toccati. Inoltre, tale chiarezza, rende il libro fruibile e d’impatto per ogni pubblico, ma risulta particolarmente importante perché pensata per una platea di riferimento specifica. The Rebel toolkit è un libro concepito e scritto per ragazze e ragazzi appena adolescenti, per chi si trova un po’ perso, per chi si interroga sul mondo (e su di sé nel mondo) e non sa rispondersi ma, soprattutto, per chi sente un fuoco dentro ma non si sente spronato ad agire per costruire un mondo diverso.

Perché tale rassegnazione, che si fa quasi introiettata abitudine? I motivi senz’altro sono moltissimi, sia sistemici e strutturali, sia soggettivi e personali e non saranno qui esauribili, così come non sono e non possono essere esauriti nel libro. Un elemento che emerge però, e con chiarezza, è quello generazionale: “Per gli anni che avete mentre leggete – scrive Bellotti nel libro – la maggior parte degli adulti vi dirà che c’è poco da scoprire su voi stessi, perché siete ancora in divenire, vi state cioè formando, state insomma diventando chi sarete. Per quanto questo sia in parte vero, è anche vero tutto il contrario: voi siete già molto e con quello che siete potrete fare tanto. State attenti però: se sarete attivi, se cercherete di smuovere le cose, vi daranno dei ragazzini e delle ragazzine per molto tempo ancora e questo non è altro che un modo per delegittimarvi, cioè per togliere valore e forza a quello che fate. Darvi dei ragazzini e delle ragazzine che non sanno niente del mondo sarà praticamente una scusa per liquidare voi e quello che fate. Bene, non fatevi scoraggiare. Se sentite qualcosa di bollente dentro di voi, state sicure che ha molto valore. Adesso riuscirete a riconoscere solo la sorgente di questo fuoco ma nei prossimi anni o decenni dovrete fare di tutto per salvaguardare ciò che brucia dentro di voi e farci qualcosa di importante”.

Bellotti cerca, con questo libro, di ravvivare quella sorgente, tracciando una mappa che non ha la pretesa di rispondere alle grandi domande – cosa significa costruire un mondo migliore, quale è la direzione giusta, precisamente cosa dovrei fare e che risultati avrò? – ma, piuttosto, parte dagli stessi dubbi, dalle stesse questioni, ponendosi sul medesimo piano del lettore, ma anche aprendo all’altro una parte del suo vissuto, dando stimoli e fornendo “strumenti”. Il bagaglio esperienziale dell’autrice, infatti, si trasforma in una “cassetta degli attrezzi” utile per costruire il proprio – impervio e non lineare – percorso rivoluzionario.

Ma cosa significa diventare ribelle?
“Il ribelle è chi non si conforma, chi non agisce cioè come tutti gli altri solo perché deve, perché vuole sentirsi accettato. E quali sono le sue azioni? In un mondo che va veloce, andare piano è un atto ribelle. In un mondo che butta un paio di jeans perché bucati, cucire una toppa è un atto sovversivo. In una situazione in cui tutti si maltrattano, la gentilezza è un atto anticonformista. In un momento in cui tutti mentono, dire la verità è un atto rivoluzionario. Un ribelle è chi ha il coraggio di estirpare alla radice un problema: questo significa essere radicali. In latino ribelle significa ‘di nuovo guerra’. È quindi chi non molla e combatte finché non vede la vittoria all’orizzonte. È uno che non scende a compromessi, perché se non estirpi la radice di un’erbaccia, ma la porti e basta, quella spunterà di nuovo e diventerà più forte”.

Questa è l’immagine che ci dà Bellotti che, forse apparentemente romanticizzata, arriva a porre l’accento sul nodo della radicalità, sottolineando l’importanza dei primi e piccoli passi, che possono sembrare semplici ma che spesso non lo sono affatto.

Ma come diventare ribelle? L’attivista disegna nel testo un percorso, che si muove attraverso macro concetti e affronta passaggi delicati, raccontando le esperienze concrete che lei stessa ha vissuto in prima persona. In questo modo, senza dare indicazioni assertive o schematismi dottrinari, prova a riportare un pensiero rivoluzionario astratto a pratiche più immediate, che diventano i semi quotidiani per una ripensabilità futura.

C’è la passione, che può nascere e crescere dall’indignazione e dalla paura e che può tradursi in empatia e cura, e poi definire la prassi. La prassi si articola tra comprensione storica e appartenenza di classe – non scontato anche il richiamo di questi aspetti raramente toccati nel discorso pubblico e nelle opere divulgative – e, affiancandosi a umiltà e speranza, può provocare una radicale presa di posizione e la gioia di unirsi in lotta.

Tali concetti sono presentati come “strumenti del ribelle” all’interno della suddivisione dei capitoli del testo, insieme a suggerimenti per esercitarli, che accompagnano lettrici e lettori tra suggestioni e intimità dell’autrice. Nondimeno, rispetto a ogni punto, viene mostrata l’ambivalenza tra potenzialità dello strumento e innegabile timore che precede il suo riconoscimento: “Se non prendiamo posizione, se non ascoltiamo quella nausea di quando ci sentiamo sbagliati, se non seguiamo quel fuoco che ci porta nell’occhio del ciclone, in qualche modo ci feriremo per reprimerci. Reprimerci significa letteralmente premerci dentro uno spazio in cui non entriamo, trascinarci indietro quando vogliamo andare avanti. Questo può cambiarci profondamente e può essere irreversibile: non dobbiamo lasciare che accada”. In questo senso, appare oggi importante il lavoro di Bellotti che, condividendo molto del lato umano e delle fragilità che stanno alla base di una presa di posizione emotiva e personale, esorta a cogliere, riconoscere e rivendicare queste stesse problematicità, per renderle strumento di una mobilitazione collettiva, che è sacrificio ma anche gioia.

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