L’accordo è stato definivo una piccola rivoluzione. Perché stravolge le prospettive del calcio femminile britannico, portandolo un passo più vicino alla parità dei diritti. Giovedì scorso la Football Association e la Professional Footballers’ Association hanno annunciato che tutte le calciatrici tesserate dai 24 club della Women’s Super League e dalla Women’s Championship potranno contare su un periodo retribuito di maternità e sulla copertura per malattia o infortunio a lungo termine.

Per ribaltare il sistema ci sono voluti due anni. Perché il dibattito era iniziato nel marzo del 2020, quando la Football Association aveva dichiarato che le disposizioni riguardo alla maternità non rientravano nel contratto standard delle giocatrici, redatto in concerto con la PFA, e che dunque la copertura era lasciata alla discrezione dei singoli club. Una lacuna che aveva generato una serie infinita di storture. La questione era tornata sotto i riflettori un paio di mesi più tardi. A maggio 2020 Alex Morgan, una delle giocatrici più importanti a livello planetario, aveva dato alla luce la figlia Charlie ed era tornata a giocare “soltanto” a novembre, con la maglia del Tottenham. Nello stesso mese la Fifa aveva annunciato misure drastiche (che poi erano per lo più multe o inibizioni temporanee dal mercato) per quei club colpevoli di discriminazioni verso le proprie calciatrici durante la gravidanza. In assenza di una legislazione nazionale o di un contratto collettivo più favorevole, la Fifa aveva deciso di adottare quanto stabilito dalla Convenzione n. 183 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, dove il congedo per maternità viene definito come un periodo minimo di 14 settimane di assenza retribuita, con almeno otto settimane dopo la nascita, pagato l’equivalente dei due terzi del suo stipendio contrattuale.

Bene ma non benissimo. Perché l’idea della Fifa era stata fortemente criticata. Il problema era essenzialmente uno: la durata del congedo per maternità. Per tornare a giocare ad alto livello, infatti, le calciatrici potevano impiegare molto più di 14 settimane. Helen Ward, attaccante che ha giocato una centinaio di partite con la maglia della nazionale gallese, avevano detto al Guardian: “È incredibile che la Fifa abbia deciso di inserire il tema della maternità delle giocatrici in un suo protocollo, ma quando ho smesso di giocare per avere dei figli sono stata lontana dai campi da gioco per più di sei mesi. Diciamo per un periodo che si avvicina più ai nove mesi”. E ancora: “Abbiamo visto quanto tempo ha impiegato Alex Morgan, una delle migliori giocatrici del mondo che probabilmente può contare sui migliori specialisti, per tornare a giocare dopo il parto. Per tutte le altre è legittimo pensare che ci vorrà qualcosa di simile, se non di più. È un argomento difficile e che ha bisogno di molto lavoro”.

Due anni più tardi l’accordo è stato trovato, firmato e annunciato. Ma deve ancora essere pubblicato. A dare una nuova spinta alla questione dei diritti delle calciatrici nel Regno Unito ci ha pensato un’altra storia particolare. Lo scorso dicembre, infatti, il Coventry United ha annunciato di voler entrare in liquidazione volontaria e di voler estinguere i contratti delle proprie calciatrici e dei membri dello staff. Immediatamente. Piccolo dettaglio: il club era a metà del suo primo anno da “professionista”. La cessione della società a un nuovo proprietario ha evitato il peggio, ma ha lasciato cicatrici profonde. Tanto che giovedì scorso la parlamentare Julie Elliott ha convocato un dibattito a Westminster per raccontare le esperienze non esattamente facili delle calciatrici britanniche.

Proprio durante il passaggio in Parlamento la deputata laburista Taiwo Owatemi ha affermato: “Le donne che giocano a calcio a livello professionistico si trovano spesso ad affrontare contratti brevi, salari bassi e cattive condizioni di lavoro. È importante che esaminiamo il modo migliore per garantire che quello che è quasi successo alla squadra femminile locale di Coventry prima di Natale non diventi la norma”. Marie-Christine Bouchier, che dal marzo del 2020 è alla guida del “Women’s Football Department” della PFA ha scelto toni trionfalistici: “Negli ultimi 16 mesi, abbiamo lavorato per affrontare le significative disparità tra i diritti e gli obblighi contrattuali fra giocatori e giocatrici nel calcio di club inglese. Ora il consiglio della FA ha accettato di sostenere cambiamenti politici significativi relativi alle disposizioni di maternità, infortuni e malattie. C’è ancora molto da raggiungere, ma queste misure rappresentano importanti pietre miliari per il futuro”. Un successo relativo che, per una volta, assume valore assoluto.

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