Lo ripetono da giorni, anzi settimane. All’inizio era una frase sussurrata sottovoce, poi ha acquisito sempre più i crismi di una dichiarazione ufficiale: “La soluzione per uscire dallo stallo è un secondo mandato di Sergio Mattarella“. Una posizione condivisa da alcuni parlamentari del centrosinistra, dal Pd ai 5 stelle, che piano piano ha acquisito solidità anche in aula. I 16 voti del primo scrutinio sono aumentati gradualmente, diventando 39 al secondo, 125 al terzo fino ai 166 del quarto. Un numero che è cresciuto anche grazie all’impasse e all’assenza di vincolanti ordini di scuderia da parte delle forze politiche. Ma che, in questo momento di stasi, si è trasformato in un messaggio: visto che non c’è ancora un candidato in grado di unire centrodestra e centrosinistra, perché non partire da un nome che parte già da una base spontanea di voti in aula? E pazienza se il presidente della Repubblica abbia fatto sapere in tutti modi possibili e immaginabili di non essere disposto a un bis. In realtà, però, l’indisponibilità di Mattarella è solo l’ultimo dei problemi. La strada che porta alla rielezione, infatti, è già di per sé molto stretta e in salita. E pure nel caso – remoto – di successo potrebbe trasformarsi in un’ipotesi poco gradita a chi oggi è tra i sostenitori del bis. Ma andiamo con ordine.

Perché vogliono il bis – La rielezione di Mattarella, secondo Pd e 5 stelle, ha essenzialmente due vantaggi. Lascerebbe al Quirinale un capo dello Stato di area, nonostante a questo giro il centrodestra ha un numero di voti leggermente superiori. E poi, soprattutto, metterebbe in sicurezza la situazione politica: Mario Draghi rimarrebbe a Palazzo Chigi e non potrebbe certo dolersi del suo mancato trasloco al Colle. Rieleggere Mattarella, dunque, non solo blinda il governo ma fa evaporare il rischio di elezioni anticipate. Va sottolineato ancora una volta, infatti, che dalla prossima legislatura 345 tra senatori e deputati non saranno rieletti per effetto della riforma del taglio dei parlamentari. Senza considerare quelli che non sarebbero stati rieletti comunque perché esponenti di partiti crollati nei consensi rispetto al 2018.

Il dibattito dentro ai 5 stelle – Non è forse un caso, dunque, se il primo fronte per un Mattarella bis è nato dentro al M5s. Erano i primi di gennaio e un gruppo di senatori (Toninelli, Di Nicola, Audino, Presutto, Campagna, Nocerino) presentava una mozione in assemblea per chiedere che fosse proprio il Movimento a intestarsi l’operazione. Una mossa che prese fin da subito in contropiede i vertici che furono costretti a ribadire pubblicamente la loro stima per il capo dello Stato, ma che liquidarono l’operazione come “impraticabile“. Nonostante lo stop dall’alto, il gruppo pro Mattarella ha continuato a mantenere salda la sua posizione, e tessere legami con alcuni pezzi del Pd che spingono per lo stesso obiettivo: la componente che fa capo a Matteo Orfini, una parte di Base riformista di Lorenzo Guerini. Un lavoro che si è fatto sentire in tutti e quattro gli scrutini di questi giorni. “Un anno fa ci ha chiesto responsabilità”, è il ragionamento, “e abbiamo accettato il governo di unità nazionale. L’emergenza però non è finita”. Per questo sono convinti che chiedergli di restare sia l’unica strada possibile. Ieri Primo Di Nicola aveva avvertito: “Saremo di più nelle prossime votazioni“. Una previsione che si è realizzata anche oggi: i voti per Mattarella sono saliti, sono stati raccolti soprattutto nel Movimento nonostante l’indicazione di votare scheda bianca. Un messaggio che preoccupa il Movimento, al punto che anche i vertici hanno cominciato ad alzare le antenne: i due vicepresidenti Mario Turco e Riccardo Ricciardi si sono dovuti esporre (“E’ un segnale da considerare”) e anche i più vicini a Luigi Di Maio hanno cercato di intestarsi l’operazione (opponendosi di fatto alla linea di Giuseppe Conte).

Tensioni interne e il rischio stabilità – Il tutto mentre il clima tra i delegati M5s è sempre più teso: “C’è chi controlla il tempo che passiamo sotto i catafalchi per vedere se ci fermiamo a scrivere il nome di Mattarella e poi minaccia di segnalare il nostro nome”, raccontano a ilfattoquotidiano.it. Anche se, questo è chiaro anche ai piani alti, proprio la riconferma del capo dello Stato sarebbe capace di ricompattare tutte le anime del gruppo M5s. In questi giorni, a dare sostegno al fronte pro Mattarella ci si è messo anche l’ex Giorgio Trizzino, in passato molto vicino alla famiglia del presidente della Repubblica. “Sono convinto”, ha detto ieri, “che potrebbe accettare anche se malvolentieri e forse anche riottoso. Ma lo farebbe per spirito di servizio e dando una ennesima prova di autorevolezza”. Che sia una speranza o meno, a preoccupare i vertici M5s ora è soprattutto la stabilità interna: perché se anche il fronte pro Mattarella non dovesse farcela, resta il fatto che ci sono più di un centinaio di delegati M5s che sembrano volersi muovere in autonomia.

Questione di metodo – Insomma: il quadro è frammentario e in continua evoluzione. Allo stato, però, l’ipotesi di un bis è molto difficile da realizzare. Intanto perché è nota la determinazione di Mattarella che da mesi ha spiegato come consideri finito il suo incarico. E poi se anche esistesse una minuscola possibilità per provare a fargli riconsiderare la questione, non sarebbe certamente questo il metodo più adatto. Dovrebbe scendere in campo direttamente Draghi, chiedendo la rielezione al Parlamento (che dovrebbe arrivare col 90 e passa percento), dovrebbero chiederlo tutti i principali capi partito a cominciare da Matteo Salvini, presunto capo del centrodestra, chiamato a giocare un ruolo di kingmaker che fatica a concretizzarsi. E invece il capo della Lega ha ripetuto ancora oggi che considera i voti a Mattarella un “segnale di stima per il lavoro fatto“, visto che il presidente “ha già più volte ribadito di non essere disponibile“. Insomma: allo stato è difficile che la rielezione si concredizzi.

Il rischio boomerang – La situazione, poi, va esaminata anche un altro punto di vista. Se si dovesse arrivare a un’ipotetica rielezione è evidente che il nuovo mandato di Mattarella non potrebbe durare sette anni. Giorgio Napolitano, ancora oggi unico presidente a essere rieletto, lasciò venti mesi dopo l’inizio del secondo mandato, quando di anni ne aveva ormai novanta. Mattarella è più giovane, ma nel caso – allo stato molto complesso – di una sua rielezione, si aprirebbe una questione politica non secondaria. Se da una parte la conferma dell’attuale capo dello Stato ha il pregio di allontanare il rischio di un’elezione anticipata, dall’altra è indubbio che prima o poi a votare bisognerà tornarci. E a quel punto bisognerà capire l’effetto del taglio dei parlamentari sulla composizione del Parlamento. E’ possibile, infatti, che il centrodestra riesca ad avere la maggioranza dei seggi, anche senza arrivare al 50% dei voti. In quel caso è ovvio che comincerebbero le pressioni su Mattarella per interrompere il suo secondo mandato, in modo da eleggere agevolmente un candidato di destra. In ogni caso, comunque, è molto difficile che il capo dello Stato resti in carica per altri sette anni: anche per una questione di età. A questo giro la mancanza di una maggioranza di centrodestra o di centrosinistra può portare all’elezione di un soggetto non appartenente a nessun schieramento, ma con un mandato forte che gli consenta di tenere dritta la barra anche nei successivi sette anni. Questo indipendentemente da chi governerà dal 2023 in poi. Chi invece oggi insiste per rieleggere Mattarella potrebbe provocare l’effetto opposto tra poco più di un anno: una maggioranza di destra che si elegge un presidente di destra.

Il Quirinale è “blindato” – Gli interrogativi, insomma, attorno all’ipotesi del Mattarella bis si addensano. Il capo dello Stato, da parte sua, non ha reagito in alcun modo specifico ai voti che continua a prendere a ogni scrutinio. Dalla presidenza non filtra alcuna reazione particolare. Dal suo staff ripetono all’infinito un concetto: il presidente durante le elezioni del suo successore non ha nulla da dire, niente da commentare, nulla da far trapelare. Addirittura, in questi giorni, dal Quirinale eviteranno persino di smentire o rettificare eventuali notizie imprecise o fasulle. Da primo custode della Carta, Mattarella sa bene che qualsiasi sua esternazione possa essere interpretata come un tentativo d’influire sulla scelta del suo successore. Proprio per questo motivo ha preferito seguire le prime votazioni dalla sua Palermo. Poi è tornato a Roma, nella nuova casa presa in affitto in vista della scadenza del suo mandato, il 3 febbraio prossimo. Chi lo conosce bene sa che il presidente è molto determinato nelle sue decisioni: il suo ruolo da capo dello Stato, come ha detto anche nel discorso di fine anno, si è concluso. E’ probabile, dunque, che Mattarella abbia già iniziato a considerarsi un senatore a vita.

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