“Oggi un giornale mi ha tirato in ballo sulla strage di Bologna, secondo te devo mandare una smentita?”. Capitavano telefonate così con Flavio Carboni, deceduto oggi a Marinaledda, vicino a Olbia. Era talmente abituato a essere tirato in ballo in tutti i “misteri italiani” che, arrivato alla soglia dei novant’anni, persino essere associato al crimine più sanguinario del nostro Dopoguerra non lo scomponeva più di tanto. Però negli ultimi anni di vita si era impegnato a dare la sua versione sui fatti più controversi che lo hanno coinvolto (anche in un progetto editoriale con Chiarelettere). Prima di tutto la morte di Roberto Calvi, il presidente del Banco ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra il 18 giugno 1982, per la cui morte era stato processato e assolto: “Secondo me Calvi si è suicidato, aveva tutti i motivi per farlo, né io né la mafia c’entriamo nulla”, si accalorava. E il Banco Ambrosiano – ­il processo per bancarotta fraudolenta lo ha visto condannato in via definitiva – “poteva essere salvato, invece dopo il crac i suoi gioielli furono acquisiti a prezzi molto vantaggiosi”.

Soprattutto, non gli andava giù l’essere rimasto inchiodato all’immagine del “faccendiere”. Non rinnegava di aver frequentato i personaggi più loschi degli affari, della politica, nonché della criminalità organizzata. Né di aver partecipato a operazioni riservate insieme ad alti prelati del Vaticano e ai servizi segreti, non solo italiani. Ma ne faceva una questione, per così dire, di scala. Prima di essere travolto dal caso Ambrosiano, l’uomo che accompagnò Calvi nel suo ultimo viaggio era un imprenditore immobiliare ricchissimo, con auto di lusso e aereo privato. Era amico intimo del principe Caracciolo (l’editore di Repubblica), negli anni Sessanta aveva “inventato” la Costa Smeralda in Sardegna, era in affari con Silvio Berlusconi, in confidenza con il futuro presidente della Repubblica Francesco Cossiga e con il capo della massoneria italiana Armandino Corona. Era anche grande viveur delle notti romane con Mastroianni, la Loren e tutto il bel mondo dello spettacolo… A portarlo via da Torralba, in provincia di Sassari, dove era nato nel 1932 da un padre alto funzionario delle Ferrovie dello Stato e una madre possidente, per condurlo a Roma al ministero della Pubblica istruzione, era stato il capo di gabinetto di Antonio Segni. “Faccendiere”, insomma, gli appariva riduttivo. “Ne ha fatte di cose questo ometto”, diceva scherzando sulla sua bassa statura. Rivendicava persino un ruolo nel disegno di papa Wojtyla e Ronald Reagan di far cadere l’Unione sovietica, con una serie di operazioni, compresi i finanziamenti clandestini a Solidarność, il sindacato polacco anticomunista guidato da Lech Walesa.

Altri nomi, però, hanno segnato la sua ascesa. Negli anni Cinquanta-Sessanta, nell’ambiente dei “cravattari” romani di Campo de’ Fiori entra in affari con Domenico Balducci ed Ernesto Diotallevi, di cui anni più tardi emergeranno i contatti con la Banda della Magliana. Riceve soldi in prestito anche da un certo Mario Aglialoro, che poi si rivelerà essere niente meno che Pippo Calò, il “cassiere della mafia”. Lo stesso Calò che farà uccidere Balducci per uno sgarro su una speculazione immobiliare a Siracusa. Quando Carboni sarà coinvolto nella morte di Calvi e nel crac dell’Ambrosiano, questi rapporti riemergeranno nelle carte giudiziarie e nelle inchieste giornalistiche, comprese quelle che davano conto delle prime fortune economiche di Silvio Berlusconi, socio di Carboni negli affari in Costa Smeralda.

Conoscenze imbarazzanti che Carboni non rinnegava. All’epoca di quegli affari “nessuno li considerava delinquenti”, ha spiegato nel 2018 in un’intervista a FQ MillenniuM. “E in ogni caso io non partecipavo alle loro attività criminali. Era tutto alla luce del sole. Pensate che fuori da uno di questi negozi in Campo de’ Fiori c’era un grande cartello con scritto: ‘Qui si vendono soldi’”. E Campo de’ Fiori “era una sorta d’istituzione, a cui ricorrevano molti costruttori, ma anche professionisti e uomini dello Stato”. Eccolo servito il “mondo di mezzo”, qualche decennio prima dell’inchiesta romana sugli affari di Massimo Carminati.

Flavio Carboni non è mai andato in pensione, e fino all’ultimo a gestito con sorprendente energia i suoi affari. Quello di cui parlava con entusiasmo strabordante era legato al grafene, un nuovo materiale dalle promettenti applicazioni ancora in fase di studio. Su altri preferiva la via della riservatezza. Negli anni recenti è stato coinvolto in nuovi casi giudiziari. Nel 2018 è stato condannato in primo grado a sei anni e sei mesi per il caso P3, il 14 gennaio il tribunale di Cagliari lo ha assolto dalle accuse di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori per una vicenda legata a presunte società schermo con sede a Londra. Ammetteva qualche “peccato”, primo fra tutti quello di aver portato un sacco di soldi all’estero quando, negli anni Settanta, era reato. Ma, aggiungeva sogghignando, “a quei tempi quando entravi in una banca svizzera incontravi sempre qualcuno che conoscevi”. Così facevan tutti, insomma. Si diceva convinto che se non fosse stato travolto dal caso Ambrosiano, di quei peccatucci nessuno gli avrebbe chiesto conto e negli anni seguenti avrebbe occupato ben altro posto nel gotha dell’imprenditoria italiana. Nel giorno della sua morte, il magistrato Otello Lupacchini ha ricordato un interrogatorio di Flavio Carboni che si svolgeva nel momento in cui Televideo dava la notizia della vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994: “Lo vidi diventare grigio terreo e subito dopo disse: ‘Se non avessi avuto l’incidente Calvi, al posto di Berlusconi ci sarei stato io'”.

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