Due rogatorie mancate, due stati esteri che non rispondono alle richieste della Procura di Milano. Insomma, una grossa fumata nera che rischia concretamente di mandare in archivio due delicate inchieste che riguardano influenti figure della Lega di Matteo Salvini. Da un lato il caso Moscopoli, con la presunta maxi-stecca da 65 milioni di dollari da triangolare, attraverso una compravendita petrolifera con il colosso russo Rosnfet, nelle casse del partito per finanziare la campagna elettorale in vista delle elezioni europee del 2019. Dall’altro i soldi e i conti in Svizzera del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Gravi i reati contestati in entrambi i casi. Per Moscopoli si procede per corruzione internazionale con tre indagati, tra cui Gianluca Savoini, ex uomo in più di Salvini per i rapporti con Mosca. Sul fronte elvetico il governatore è indagato per falso in voluntary e per autoriciclaggio rispetto a un patrimonio di 5,5 milioni accumulato dal 1997 – scudato nel 2016 come eredità materna – e frutto, a suo dire, solo dell’evasione fiscale del genitore ormai defunto. A ciò si aggiunge la posizione di Fontana come imputato per frode in pubbliche forniture rispetto al caso dei camici venduti dal cognato Andrea Dini alla centrale acquisti della Regione (Aria) durante la prima tremenda ondata di Sars-Cov-2.

Le due inchieste coordinate dai magistrati milanesi sono certamente differenti, ma risultano accomunate da un fatto: la mancata risposta a due richieste rogatoriali, preludio a una doppia archiviazione. Con la Svizzera che a dicembre ha formalizzato il suo diniego a fornire i documenti richiesti perché laggiù la semplice evasione fiscale non è reato e la Russia che non ha mai nemmeno risposto e non potrà più farlo visto che i termini dell’indagine sul caso Moscopoli sono scaduti ormai da qualche settimana. L’unico spiraglio su questo fronte è una nuova pista investigativa che stanno valutando i pm in questi giorni.

Andiamo con ordine e partiamo dal presidente leghista. Il caso dei soldi esteri nasce nel maggio 2020 quando Andrea Dini, su indicazione anche di Fontana e per tutelare l’immagine pubblica dell’ingombrante cognato, tenta di trasformare un affidamento di camici (75mila Dpi per 513mila euro) in donazione. Contemporaneamente il governatore prova a risarcirlo chiedendo ai funzionari dell’Unione fiduciaria che controlla i suoi conti svizzeri di fare un bonifico da 250mila euro. Bonifico che non andrà in porto e che farà partire una segnalazione per operazione sospetta. Si inizia da qui: la Procura accende un faro e le indagini successive daranno benzina alla tesi accusatoria. Tanto che il 31 marzo 2021 i pm milanesi inviano alle autorità svizzere una richiesta rogatoriale di 13 pagine per ottenere i documenti di due specifici conti. L’atto è utile per capire come il diniego svizzero e la probabile archiviazione lascino aperti forti dubbi sulla paternità reale dei 5,5 milioni scudati.

Il punto di partenza è legato al fatto, secondo i pm, che la voluntary disclosure è falsa perché l’evasione fiscale (in tutto o in parte) era riconducibile allo stesso Fontana e non solo alla madre. Giovanna Brunella, madre del presidente, muore nel giugno 2015. Il valore scudato un anno dopo è di 5,3 milioni. Il patrimonio estero a partire dal 1997, si legge nella rogatoria, viene custodito in due conti della Ubs di Lugano. Il primo, quello del 1997, con codice finale 404 sarà intestato alla madre e qui Fontana avrà potere di firma. Otto anni dopo, con la signora Brunella già in pensione da tempo, il patrimonio viene riversato sul secondo conto con codice finale 102. E qui iniziano i dubbi. Perché, scrivono i pm, “si registra una maggiore liquidità sulla cui provenienza allo stato non vi è alcuna evidenza in ordine alla relativa formazione della provvista”. Dal primo al secondo conto si riversano infatti 3,4 milioni a cui se ne aggiungono altri 2 “magicamente” comparsi all’apertura del secondo conto. Di chi sono? Della madre? Difficile, ragionano i pm, visto che di pensione prendeva circa 20mila euro all’anno e comunque sarebbe denaro impossibile da evadere. C’è di più: aperto il secondo conto inizia un complesso risiko di schermature. Il conto risulta intestato alla società Montemellon Valley con sede alle Bahamas. Nel 2014 le azioni della Montemellon passano alla Tectum Trust Management Ansalt con ruolo di trustee della fondazione Obbligo con sede a Vaduz. In quel momento la madre ha 91 anni. Un anno dopo muore e nel 2016 l’intero pacchetto sarà scudato da Fontana. Il denaro resta comunque in Svizzera e sarà gestito dalla milanese Unione fiduciaria. Ad aggiungere dubbi, il fatto che l’intero fascicolo propedeutico alla voluntary non è stato reperito dalla Procura visto che i commercialisti che lo hanno trattato più volte hanno ammesso di avere seguito solo una parte dell’iter. Di più ancora: secondo una perizia grafologica disposta dalla Procura la firma della signora Brunella sul conto del 2005 sarebbe falsa e dubbi di autenticità, si legge nella rogatoria, permangono anche per il conto del 1997. Tant’è, i pm parlano di “protagonistica gestione da parte di Fontana delle operazioni finalizzate a ripulire una parte consistente dei proventi dell’evasione fiscale attraverso un uso distorto della voluntary”. Alla base di ciò due motivi: “Da un lato quello di evitare per motivi di immagine politica di denunciare al fisco italiano la propria pregressa evasione fiscale, dall’altro quello di evitare di pagare le sanzioni tributarie”. Con un risparmio di 171mila euro. Insomma la vicenda è complessa e con molti dubbi che potevano essere sciolti solo se la Svizzera avesse fornito i documenti richiesti. Così non sarà.

E così non sarà nemmeno per il caso Moscopoli, nato nel giugno 2019 dopo la pubblicazione sul sito americano BuzzFeed di un audio che registra un incontro avvenuto il 18 ottobre 2018 ai tavolini dell’hotel Metropol di Mosca. È qui che Savoini parla della maxi-stecca. È qui che l’avvocato Gianluca Meranda parla del piano dei political guys della Lega. Ed è qui che Francesco Vannucci, alias il vecchio ed ex politico locale del centrosinistra, pianifica le operazioni finanziarie. Finiranno tutti indagati per corruzione internazionale. Oltre un miliardo la vendita petrolifera. Da cui scontare 65 milioni per la Lega e un’altra percentuale per i russi. Già ma chi sono i russi? Al Metropol sono in tre e tutti in qualche modo collegati ad ambienti governativi. Il primo è Andrey Kharchenko, presunta spia del governo di Mosca. Il secondo è Ilya Yakunin, uomo di fiducia di Vladimir Pligin, molto vicino al ministro dell’Energia Dmitry Kozak. Nel suo ufficio, solo poche ore prima dell’incontro del Metropol si tiene un vertice tra Matteo Salvini e lo stesso Kozak. Incontro mai annotato nell’agenda dell’allora ministro dell’Interno durante la sua trasferta russa. Il terzo è Yury Burundukov, vicino al magnate ultranazionalista Konstantin Malofeev. I tre sono al Metropol per trattare l’affare, così si comprende dall’audio. Ma secondo gli accertamenti fatti dalla Procura di Milano non hanno un ruolo chiaro di pubblici ufficiali e dunque di possibili destinatari della mazzetta. Sono nella sostanza fiduciari per conto di altri. Per questo non saranno mai indagati. I pm di Milano però avrebbero voluto interrogarli per capire chi fossero i pubblici ufficiali, reali destinatari del denaro. Questo il senso della richiesta rogatoriale inviata mesi fa e alla quale la Russia non ha mai risposto. L’obiettivo dei magistrati italiani era anche quello di interrogare i vertici della società di stato Rosnfet. Ora nulla è più possibile, anche perché i termini delle indagini, dopo ben tre richieste di proroga a partire dal giugno 2019, sono definitivamente scaduti. Resta in piedi però una nuova ipotesi investigativa che al momento risulta top secret e che potrebbe essere stralciata dal filone principale destinato all’archiviazione con tempi incerti e non brevi.

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