Dagli otto giorni di smart working al mese possibili per i dipendenti del comune di Milano al lavoro sempre in presenza al comune di Palermo. È lo spettro in cui si sono mosse gran parte delle pubbliche amministrazioni dopo il 15 ottobre. Cioè dall’entrata in vigore del decreto ministeriale di Renato Brunetta che ha riportato i lavoratori pubblici in ufficio, dopo che il governo Conte II aveva deciso di considerare il lavoro da casa come una modalità ordinaria in fase emergenziale. Ai sindacati e alle forze politiche, in primis il M5S, che in questi giorni hanno chiesto un sostanzioso ritorno al lavoro agile, il ministro della Pubblica amministrazione ha risposto che le norme in vigore già consentono tutta la flessibilità necessaria perché ogni singola amministrazione possa concedere al dipendente di prestare da casa il 49% del proprio lavoro. La percentuale deriva dallo stesso decreto Brunetta, che prevede la “prevalenza” del lavoro in presenza. “Un limite che sinora è stato perlopiù interpretato su base settimanale, in virtù delle stesse linee guida del ministero: quindi al massimo due giorni su cinque in lavoro agile”, spiega il segretario generale della Flp (Federazione lavoratori pubblici e funzioni pubbliche), Marco Carlomagno, tra i più convinti sostenitori della necessità di avere nella pubblica amministrazione un’organizzazione basata su obiettivi e non sulla presenza in ufficio.

Dal consiglio dei ministri di mercoledì 5 gennaio Brunetta è uscito con una circolare in cui chiarisce che il 49% si può considerare anche su base mensile e plurimensile: se in questo periodo di contagi elevati è necessario ricorrere di più al lavoro da casa, insomma, fra qualche mese si passerà più tempo di ufficio. Dopo aver tacciato nei giorni scorsi le istanze pro smart working di “incomprensibile” richiamo al “tutti a casa”, il ministro ha fatto un mezzo passo indietro, visto che la circolare sensibilizza gli enti pubblici sullo smart working. Che comunque, a differenza del settore privato, deve passare per un accordo individuale, cosa che può disincentivarne l’utilizzo. Mentre una sensibilizzazione, qual è quella della circolare, non comporta alcun obbligo o incentivo. Come del resto il decreto ministeriale di ottobre, che rimane la cornice normativa valida per la nuova circolare, stabiliva che l’accesso al lavoro agile “potrà essere autorizzato”, e non dovrà. E fissava una serie di condizioni, tra cui la rotazione del personale e, appunto, “la prevalenza, per ciascun lavoratore, dell’esecuzione della prestazione in presenza”. Senza dunque imporre alcun limite minimo di giorni in cui lavorare da casa, cosa a cui voleva invece arrivare Fabiana Dadone, che ha preceduto Brunetta alla Pubblica amministrazione, applicando il lavoro agile al 50 percento del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità. E a cui puntava, come ricorda Carlomagno, anche Marianna Madia, che con un decreto a suo nome aveva previsto che nel giro di un triennio ogni singola amministrazione raggiungesse un livello del 10% di lavoro agile. “Un obiettivo mai realizzato – dice Carlomagno – anche perché le varie amministrazioni non sono mai passate a un’organizzazione per obiettivi”.

Ora si vedrà se alla luce della quarta ondata le pubbliche amministrazioni ricorreranno a un maggior livello di lavoro da casa. Una cosa però è certa: gli enti sinora si sono mossi in ordine sparso, ma spesso con la costante di rivedere al ribasso il limite del 49% vantato in questi giorni da Brunetta come una possibilità per tutti. Con casi in cui il lavoro agile, negli ultimi mesi, è stato concesso solo ai lavoratori fragili, come nel comune di Palermo: “Prima di ottobre, durante l’emergenza, abbiamo avuto un periodo con anche più del 50% dei dipendenti in lavoro da casa – spiega il vice sindaco con delega al personale Fabio Giambrone -. Dopo il decreto Brunetta abbiamo richiamato i dipendenti in ufficio. Ora c’è stata una ripresa dei contagi: se serve fare dei correttivi, li faremo”.

Tra i comuni che hanno puntato di più sullo smart working c’è quello di Milano, che da maggio, con l’approvazione da parte della giunta del Pola (Piano organizzativo del lavoro agile), ha concesso ai propri dipendenti, previo accordo con il responsabile, la possibilità di fare fino a otto giorni di lavoro agile al mese, estendibili a 10 in casi particolari, per esempio ai lavoratori con fragilità o alle mamme al rientro dalla maternità. Ma in quanti hanno effettivamente lavorato ogni tanto da casa da ottobre in poi? Un 10-15% dei circa 14.400 dipendenti, secondo il dato medio fornito dal comune a ilfattoquotidiano.it. Gran parte dei dipendenti, insomma, è andata in ufficio tutti i giorni e chi ha sfruttato la modalità lavoro agile non è detto abbia fatto tutti gli otto giorni possibili da casa. Oltre allo smart working, il comune di Milano ha introdotto anche la possibilità del near working, di lavorare cioè in una sede del comune vicino a casa o in una sede di un’azienda terza con cui il comune ha sottoscritto un protocollo, al momento Enel e Tim.

A Bari, la città guidata dal presidente dell’Associazione nazionale dei comuni (Anci) Antonio Decaro, dopo il decreto Brunetta il lavoro agile è stato concesso senza superare in ogni ripartizione del comune la soglia del 20% del personale. Vista la crescita dei contagi, martedì scorso è stata diramata a tutti i dirigenti una circolare con cui è stata eliminata la soglia del 20% e individuato un criterio per la rotazione dei dipendenti, fatta salva la presenza obbligatoria di dirigenti, titolari di posizioni organizzative e addetti agli sportelli.

Tra le regioni, da ottobre in Lombardia è stato attivato lo smart working per i dipendenti che ne fanno richiesta con questi limiti: ogni giorno non può lavorare da casa più del 20% del totale del personale e ogni dipendente non può fare in smart working più di 8 giorni al mese. Dal calcolo sono esclusi i lavoratori fragili, esentati dal rispetto di tali soglie. I limiti hanno ridotto le ambizioni degli aspiranti smart worker visto che, fanno sapere dagli uffici regionali, nel momento del rientro in ufficio di ottobre le richieste erano più di quanto consentito. Queste regole, valide in zona bianca, si modificano col passaggio in zona gialla, situazione in cui la Lombardia si trova dal 3 gennaio: ogni giorno possono fare smart working il 40% dei dipendenti, mentre non vale più il tetto degli otto giorni mensili.

Dalla Regione Emilia Romagna fanno sapere che “da ottobre scorso, a seguito delle nuove indicazioni del ministro Brunetta, attraverso rotazioni e un numero minimo di giorni in presenza è garantito un tasso di presenza giornaliero in sede sempre sopra al 60%”. È inserito nel piano di smart working, cioè può lavorare da casa qualche giorno al mese, il 47,3% dei 3.830 dipendenti della regione, è in smart working perché fragile o in isolamento fiduciario il 18,1%, in telelavoro l’8,3%, mentre lavora sempre in ufficio il 26,3%.

Ben più stringenti le regole di Regione Piemonte. Qui il lavoro agile può essere applicato massimo due giorni alla settimana, definiti in accordo tra i dirigenti dei settori e i propri funzionari. Se lo smart working è concentrato in un solo giorno, può essere coinvolto al massimo il 30% del personale totale. Se è suddiviso su due giorni, ogni giorno vede coinvolto al più il 15%. Per tre giorni alla settimana, insomma, tutti i lavoratori devono essere presenti in ufficio, cosa ritenuta utile per l’organizzazione del lavoro.

E come si sono comportati i ministeri? A ottobre quello dell’Economia e delle finanze ha deciso per un massimo di sei giorni al mese, estensibili a otto per il personale che svolge attività eseguibili pienamente in modalità agile. Mentre quello dell’Interno ha scelto il limite dei cinque giorni mensili. Tra gli altri enti statali, dall’Agenzia delle entrate fanno sapere: “Prima del 15 ottobre la percentuale di lavoratori in presenza era nell’ordine del 50%. Dal 15 ottobre in poi la percentuale di lavoratori in presenza è stato di circa il 60%, con numeri sempre crescenti”. Mentre all’Inps i possibili giorni in smart working sono stati aumentati da due a tre a settimana, “fatte salve le normali esigenze di ufficio e di copertura dei servizi negli staff”. Ai fragili sono consentiti cinque giorni a settimana.

Twitter @gigi_gno

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