di Maurizio Donini

Prima della pandemia, Federico Rampini, allora corrispondente da Nyc per Repubblica, raccontava come fosse stato sfrattato dalla sua scrivania presso gli uffici dell’Economist, che lo ospitava per rapporti di collaborazione tra editori. Trovare un nuovo ufficio non era stato un problema, ma il fatto principale era che il suo tavolo era stato assegnato a un giovane giornalista il cui incarico era scrivere pezzi senza alzarsi dalla sedia, usando il web. A margine aggiungeva come sull’Air Force One fossero passati da decine di inviati a tre-quattro rappresentanti della stampa in presenza. Spesso e volentieri si scrive usando Google Search e i comunicati stampa: poche spese per gli editori, ma i risultati pagano?

La situazione dei quotidiani in Europa vede al primo posto Bild con 1.787.692 lettori, segue il Sunday Times a 765.800, inglesi e tedeschi occupano le prime otto posizioni, Le Figaro tiene la Francia al nono, l’Italia appare finalmente al decimo posto con i 300mila lettori del Corsera, poi si crolla ai 200mila di Repubblica. Nei primi 25 posti europei, gli italiani piazzano ancora due quotidiani “tecnici” come Il Sole24Ore e la Gazzetta dello Sport, chiudendo con La Stampa. Restando in Italia i numeri sono impietosi: le copie vendute sono state 1.472.680 nel luglio 2020, 1.398.642 copie nel 2021, un calo del 5,1%. Quelle digitali sono aumentate da 396.275 nel 2020 a 431.689 nel 2021; 35 mila copie in più contro le 74 mila perse in edicola.

Il calo della fiducia nelle testate è tangibile, basta parlarne per strada o fare un giro sui social per rendersene conto, giornali troppo schiacciati sulle posizioni dell’editore o del partito di riferimento. Un’informazione cloroformizzata, che nella percezione popolare viene veicolata secondo canoni prestabiliti e genera dubbi anche nel mondo della cultura e della critica, ultimo esempio la nascita della Commissione DuPre.

Leggendo Repubblica, solo per citare un esempio, pareva che Francia e Slovenia fossero il paese di Bengodi per no vax e inosservanza delle norme, peccato che gli estensori si limitassero, probabilmente, a riportare notizie dal web. Alla prova dei fatti in Francia ho trovato il controllo del green pass meticoloso, con l’unica differenza che nei ristoranti viene chiesto dopo che il cliente si è comodamente seduto a tavola. In Slovenia non entri nemmeno nel gabbiotto del benzinaio per pagare il pieno se non presenti il green pass: non puoi accedere ai negozi non alimentari; se vuoi delle scarpe, all’entrata te lo chiedono.

La Corte Costituzionale slovena ha bocciato l’obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici, tema caldissimo in Italia, eppure di questa notizia si trova cenno solo in un paio di piccoli siti italici, sulle testate nemmeno un segno. Posso presumere che l’omologazione sullo spingere la vaccinazione (giustamente) abbia prevalso sul giornalismo, ma con poca intelligenza e voglia di approfondire il tema. Se si fosse andati alla fonte, si sarebbe scoperto che la Suprema Corte di Lubiana non è improvvisamente, e improvvidamente, divenuta no vax. Le toghe hanno stabilito che lo Stato ha tutte le ragioni e il potere di introdurre l’obbligo vaccinale per il Covid.

La sentenza della Corte afferma che la vaccinazione deve essere introdotta non in maniera surrettizia (come in Italia), ma, semplicemente, aggiungendo il Covid alla lista delle vaccinazioni obbligatorie attraverso un processo legislativo (come Austria, Germania e Grecia, ad esempio), una legge che imponga la vaccinazione. Se l’aspetto legale è chiaro e preciso – questo risulta sicuramente scomodo alla politica – una legge siffatta comporta l’assunzione della responsabilità politica del provvedimento, cosa evidentemente impopolare in Slovenia e ancora di più in Italia. Ma questo è sufficiente a fare sparire la notizia e il dibattito nel nostro paese?

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