“Non appena una ragazza, una donna entra in Congregazione, viene eliminato tutto ciò che riguarda l’identità personale, quindi l’acconciatura dei capelli, lo stile degli occhiali, le scarpe e l’abbigliamento, la biancheria intima. Parlare di esperienze personali passate di qualsiasi tipo è proibito; la posta in entrata e in uscita viene letta e controllata; le chiamate e le visite a casa sono estremamente limitate. Proibita pure qualsiasi forma di relazione interpersonale o uno spazio di privacy. Si dorme in grandi dormitori, si mangia lo stesso cibo e le stesse porzioni di cibo, si chiede il permesso per tutto, compreso l’uso del bagno”. È una delle tante drammatiche denunce di suore che hanno subito e continuano a subire in convento abusi di potere, di coscienza e sessuali, spesso nel silenzio omertoso delle loro consorelle e dei superiori.

A rompere per prima questo tabù era stata coraggiosamente la professoressa Lucetta Scaraffia sul mensile al femminile de L’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, all’epoca da lei diretto con la guida puntale dell’allora direttore del quotidiano del Papa, Giovanni Maria Vian. Dopo quell’inchiesta, inedita e approfondita, il gesuita padre Giovanni Cucci ha proseguito la riflessione su questo tema assai spinoso per le gerarchie ecclesiastiche sulle pagine de La Civiltà Cattolica, il quindicinale della Compagnia di Gesù diretto da padre Antonio Spadaro, le cui bozze vengono riviste dalla Segreteria di Stato vaticana. Un tema, quello degli abusi nella vita consacrata femminile, per anni sepolto da chi, proprio all’interno della Chiesa, avrebbe dovuto verificare le denunce e tutelare le vittime. Storie a dir poco raccapriccianti che vengono raccontate nel volume Il velo del silenzio (edizioni San Paolo) di Salvatore Cernuzio, vaticanista di Vatican News, uno dei media del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede.

Una denuncia choc che arriva, quindi, da un organo informativo istituzionale vaticano, proprio come era stata quella della Scaraffia, e acquista così un valore aggiunto. Il segnale eloquente che il tabù degli abusi delle suore è stato definitivamente rotto. Dalle pagine scritte dal giornalista emerge, infatti, il volto di superiore madri e matrigne. Donne artefici di vere e proprie persecuzioni che mettono in discussione non solo la vocazione delle religiose loro sottoposte, ma la stessa stabilità fisica e psichica delle suore. “‘Non sei obbediente, non vuoi essere santa, non hai la vocazione’. Molte – sottolinea Cernuzio – raccontano di essersi sentite ripetere spesso questa frase, che non trova alcun appoggio nelle costituzioni degli ordini o nel Diritto canonico”. Vite nei conventi rese infernali dalle superiore: “Non era tanto – scrive il giornalista – il silenzio imposto, ‘quello fa parte della regola dell’ordine’, né i lunghi digiuni e le condizioni di vita spartane, come rasarsi i capelli fino a 5 centimetri o chiedere il permesso di fare la doccia o avere un assorbente durante i giorni del ciclo, quanto piuttosto quella ‘mancanza di umanità’ che, nel corso del tempo, diventa opprimente. Soprattutto da parte della madre generale. ‘Lì dentro dimenticavano che dietro l’abito ci fossero persone’”.

“Le punizioni, poi, – prosegue il vaticanista – erano continue. Mai fisiche fortunatamente, ma sempre psicologiche: piccole privazioni del cibo, divieto di fare ricreazione, insulti pubblici. ‘Urlava continuamente, – racconta una vittima della sua superiora – anche in cappella davanti al Santissimo, magari per una luce accesa o per una macchia per terra. Una volta feci cadere un po’ di sugo sul pavimento, le chiesi perdono ma mi sgridò ugualmente davanti a tutte. Ricordo pure che un giorno, da postulante, la raggiunsi nel suo ufficio per segnalarle alcune cose che non andavano nella vita di tutti i giorni. Niente di che, questioni di orari e organizzazione logistica. Mi aggredì: ‘Io non ti voglio sentire, vieni sempre a lamentarti, vuoi essere santa o no?’”. E ancora: “Anche quando ci ammalavamo, dovevamo star male con la febbre a 40, altrimenti la madre diceva che facevamo finta di essere malate per non lavorare”.

In questo scenario infernale si aggiungono poi le denunce di abusi sessuali commessi da sacerdoti. Quando una delle vittime ha informato la superiora la reazione è stata agghiacciante: “È rimasta impassibile, ma magari quella poteva essere una mia impressione. A distruggermi è stata la sua risposta: mi disse che anche altre si erano lamentate di questioni simili e che evidentemente, se accadeva, era perché noi suore provocavamo i sacerdoti”. E aggiunge: “Prima di un abuso fisico ho dovuto subire abusi di potere e di coscienza. Mi dicevano che ero lamentosa, hanno iniziato a escludermi. Andavano a fare la spesa e mi lasciavano a casa, come una Cenerentola. Se chiacchieravano e scherzavano a ricreazione, io mi avvicinavano e smettevano di parlare”.

Abusi di ogni tipo si ripetono spesso nei conventi. “C’era una cosa – racconta ancora una religiosa – che nel mio istituto da sempre mi ha scandalizzato: quella specie di onnipotenza delle superiore sulla salute delle suore. Loro decidono per noi, come stiamo, come dovremmo stare, se c’è bisogno di cure o meno, quale tipo di terapia affrontare. Un anno, per esempio, iniziai ad avvertire forti fitte al ginocchio. Mi lamentavo del dolore, ma fu la superiora a farmi la diagnosi, non un medico. Mi disse che dipendeva dalla schiena perché lavoravo male. Ho insistito finché non si è convinta a mandarmi da uno specialista che, tramite l’ecografia, ha individuato un versamento sull’arto. Un’altra volta fui io stessa, insieme a un’altra sorella, a discutere perché mandasse una ragazza che aveva avuto delle strane bolle sulla pelle al pronto soccorso. La madre diceva che bastava una pomata. La accompagnammo noi stesse e si scoprì che era una reazione allergica”.

E ancora: “Potrei raccontare tanti esempi di come non ci sia affatto cura della salute fisica delle sorelle, per non parlare di quella psichica. C’era chi doveva sottoporsi agli esami del sangue e ha dovuto pagare di tasca propria perché dall’istituto si riceveva una somma ridicola che dovevamo pure rendicontare. C’era chi aveva bisogno di andare dall’oculista o dal dentista e non veniva autorizzata a farlo perché bisognava ‘risparmiare’. La superiora, tra l’altro, aveva prestato servizio in ospedale e conosceva molti medici, ma era sempre restia. Per lei erano tutti capricci”. Ma non funzionava così con tutte: “Solo con chi non le andava a genio. Lei, al bisogno, frequentava i migliori specialisti e ci chiedeva pure di accompagnarla. Naturalmente tutto a spese della comunità. Alcune suore, tra le sue confidenti, le portava da medici privati. Io, invece, ho dovuto fare tutto con l’Asl”.

La vita delle suore viene resa impossibile in ogni aspetto: “Dall’abbigliamento alla possibilità di fare vacanza, dal riposo ai permessi per poter uscire a fare una passeggiata, tutto deve passare dalla decisione della medesima persona. Se si chiede un indumento pesante si deve attendere la deliberazione del consiglio, o la richiesta viene rifiutata ‘per motivi di povertà’. Molte chiedono aiuto ai familiari. Diventa perciò ancora più triste scoprire che l’armadio della superiora è pieno di indumenti in lana e cachemire, acquistati senza consultare nessuno con i soldi della comunità, mentre altre hanno a malapena un ricambio. Anche dei reggiseni e degli slip”. Molte suore abbandonano per sempre la vita religiosa, anche dopo decenni trascorsi in convento, trovandosi improvvisamente in mezzo a una strada, senza casa, lavoro e titolo di studio. Tutto ciò spesso con l’incomprensione della famiglia e l’onta di non essere più una suora. Ma c’è anche chi resiste nonostante tutto e continua a subire, spesso in silenzio e senza intravedere una via di fuga.

Twitter: @FrancescoGrana

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