Le donne sono ancora dimenticate e marginalizzate dai media. Lo sono in Europa e ancora di più in Italia. A rivelarlo sono i dati raccolti dal Global Media Monitoring Project 2020 che, a cinque anni dall’ultimo report, ha analizzato lo spazio che i mezzi di informazione dedicano alle voci femminili sia come protagoniste che come autrici. In totale sono state considerate 10691 news da 32 Paesi: 2387 dalla stampa, 2279 dalla tv, 2094 dalla radio e 1654 post da Twitter. Risultato? Nei Paesi Ue, dal 2015, i servizi che si sono occupati delle donne sono cresciuti solo del 2% (28%). Va peggio in Italia, dove sono il 26 per cento e quasi mai si occupano di contrastare gli stereotipi (meno del 4%) o di parlare delle disuguaglianze (meno del 3%). Senza dimenticare che nel nostro Paese, le già pochissime donne interpellate sui giornali o in televisione come “esperte” non solo sono nettamente meno rispetto ai loro colleghi uomini, ma sono anche in calo rispetto a cinque anni fa (-4%). Un dato che va in controtendenza con quello che succede invece in Europa, dove lentamente aumentano. E la pandemia di Covid 19 ha inaspettatamente acuito questo divario.

Eppure, si osserva nel report Gmmp, dare più spazio alle donne sui media non è solo una questione di giustizia sociale. Ma porterebbe a una lunga serie di benefici: una prospettiva più ampia su istruzione, ambiente e società; maggiore attenzione alle questioni di genere e all’uso di un linguaggio inclusivo; una platea di lettori e lettrici più ampia; un racconto più eterogeno della realtà e, di conseguenza, più esempi a cui appellarsi in altri campi per innescare un circolo virtuoso di rappresentanza e cambiamento. Queste sono solo alcune delle ragioni per cui le donne dovrebbero essere più presenti – come giornaliste e come fonti di notizie – nei media nazionali e internazionali. Senza dimenticare che, entro il 2050 – secondo uno studio dell’European Institute for Gender Equality del 2017 – una maggiore attenzione alla parità di genere potrebbe portare gli Stati a incrementare il loro Pil fino al 12% in più, con circa 10 milioni di posti di lavoro aggiuntivi e una crescita più sostenibile del 75%. Ma al momento l’impressione è che si stia sprecando un’occasione.

Pochi passi avanti – “Con l’esplosione delle nuove tecnologie e dell’online, speravamo in una maggiore visibilità delle donne nei media digitali. Soprattutto per le giornaliste coinvolte nei processi di produzione – ha spiegato Karen Ross, professoressa di Gender and Media alla Newcastle University (Regno Unito) e coordinatrice regionale del Gmmp – La differenza però è molto marginale”. Secondo i dati del 2020 – presentati all’evento First Step to the top: Reaching gender equality: where we are and what to do di Enwe (European Network for Women Excellence), Giulia Giornaliste e CheFare – su più di un milione articoli, post e servizi radio e tv analizzati in Europa il 28% hanno riguardato donne. Per capirci, lo spazio è simile a quello dedicato ai racconti riguardanti la pandemia in tutti i media del continente. Cinque anni fa erano state solo il 25%, mentre nel 1995 – anno di partenza del Progetto – solo 1 storia su 6 parlava di figure femminili. L’aumento è ancora esiguo, ma colloca l’Europa al di sopra del 3% rispetto alla media mondiale (25%). A trascinare il numero è stata la moltiplicazione dell’informazione durante la pandemia, anche se – afferma Ross – i reportage a firma femminile sono stati marginali (circa il 3% del totale). Hanno avuto un impatto anche le testate online e i social. Gli utenti di Twitter – la piattaforma più usata dal giornalismo – rimangono però in prevalenza maschili.

In Italia – L’analisi su 38 testate italiane (tra le quali ilfattoquotidiano.it) e 427 news rivela che la rappresentanza femminile nei media è aumentata del 2% rispetto al 2015. Meno rispetto alla media europea (28%), ma la percentuale totale si attesta ora sul 26%. Per fare un confronto, il vicino Ticino ha solo il 21,5% di redattrici impiegate e, in Svizzera, il 72% degli articoli e dei servizi interessano gli uomini. I dati più problematici del ramo italiano del Gmmp – guidato da Monia Azzalini e Claudia Padovani – riguardano le storie raccontate: solo l’1% sui media tradizionali e il 4% su quelli digitali contrastano con gli stereotipi di genere. A insistere sulle disuguaglianze sono poi l’1% dei mezzi analogici e il 3% di quelli online. Nel 2015 la percentuale di donne “esperte” consultate da giornali e altre redazioni, circa il 18%, era considerata troppo bassa. L’indignazione aveva dato vita a database di professioniste come 100esperte.it. Lo sforzo però non ha pagato. Nel 2020 invece il numero è crollato al 14% su testate online e al 12% sulle altre. In Italia poi il Covid 19 ha avuto un effetto contrario rispetto al resto d’Europa: gli articoli, i post e i servizi connessi a professoresse, infermiere, dottoresse sono scesi all’11%, con un sonoro calo del 25% in cinque anni. Questo, nonostante le professioni sanitarie siano prevalentemente femminili.

Quando si parla di donne in Europa – Probabilmente le donne sono la voce più autorevole per parlare di disparità di genere. Il beneficio però si annulla, se non possono trattare tutto il resto – anche perché questo argomento viene affrontato solo nell’1% dei casi totali. Sempre guardando a livello europeo, solo nel 22% delle news riguardanti la politica infatti a esprimere un’opinione sono intervistate femminili. O ancora, unicamente il 21% dei retroscena, dei commenti e delle comunicazioni legati al potere riguarda le donne. Le uniche eccezioni sono le proclamazioni di nuove ministre o cape di stato. Quando però si raccontano storie di sex workers non intervengono praticamente mai esponenti maschili. Gli uomini – secondo il Gmmp – dominano infatti la sfera pubblica e professionale, mentre le donne sono relegate a quella privata e della casa. Proprio per questo motivo solo l’1% degli articoli e dei servizi diffusi nel 2020 sfidano o contraddicono gli stereotipi di genere e restituiscono un’immagine più diversificata e inclusiva della realtà. Nel mondo questo avviene leggermente più spesso, nel 2% dei casi. Inoltre i media – spiega Ross – tendono a preferire persone giovani e avvenenti, escludendo chi supera la fascia della, così detta, mezza età. C’è però una nota positiva: la percentuale di donne interpellate come “esperte”, rispetto al 2015, è aumentata del 6%. In Europa le ricercatrici e le professioniste che hanno visibilità mediatica sono il 24% del totale degli intervistati. “Nel Regno Unito con il Covid 19 si sono iniziate a chiamare come esperte donne anche mature, soprattutto per materie di salute pubblica e sanità – racconta Karen Ross – Ricordo che però la portavoce del Servizio Sanitario nazionale è stata criticata in modo molto aspro, nonostante avesse parlato in modo sensato. Cosa che non sarebbe mai capitata ad un uomo”.

Chi scrive e presenta le notizie in Europa – Casi come quello di Greta Beccaglia – la giornalista molestata fuori dallo stadio di Empoli – mostrano chiaramente quanto sia complesso per le donne ottenere credito in ambiti lavorativi tradizionalmente abbinati all’universo maschile. Eppure il 41% delle redazioni europee è composto da giornaliste, cifra confermata anche per l’Italia. Inoltre, il 23% di loro – afferma Reuters – è ai vertici di testate internazionali. La maggior parte però – secondo Gmmp – si occupa principalmente di salute, scienza, questioni sociali e di genere e cronaca giudiziaria. Almeno a 1 uomo su 3 vanno invece i posti d’onore di politica, storie sul governo, economia e criminalità. Questo fenomeno è chiamato “segregazione orizzontale” e numerosi studi psicologici dimostrano poi che le voci di uomini sono considerate più autorevoli sui mezzi d’informazione in generale, ma soprattutto per certe tematiche. Solo il 33% dei prodotti radiofonici è infatti realizzato da donne. Più facile è invece fare leva sull’aspetto fisico: più della metà delle giornaliste diventa infatti presentatrice e annunciatrice, ma solo 15% in emittenti nazionali. Contro il 27% della controparte maschile. I numeri rispecchiano – dice Gmmp – una generale marginalizzazione delle donne in campo professionale. Basti pensare a un sondaggio del World Value Survey (2017-2020): nonostante le laureate (22, 4% dai dati Istat di luglio) siano di più rispetto ai laureati uomini (16,8%), quasi l’80% della popolazione italiana pensa che quando i posti di lavoro sono scarsi, sia giusto attribuirli maggiormente agli uomini. Ai vertici delle organizzazioni, delle aziende e delle redazioni dei media questa sembra essere la regola.

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