Attiravano i nemici con l’inganno, li crivellavano di colpi e poi distruggevano i loro corpi dandoli alle fiamme. Sono almeno quattro i casi di lupara bianca, avvenuti tra il 2003 e il 2015 a Canosa Di Puglia, piccolo comune del nord barese, sui quali ha fatto luce la Squadra mobile di Bari, guidata dal vice questore Filippo Portoghese. Sono stati due collaboratori di giustizia a svelare i dettagli di quelle tragiche scomparse ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bari: le indagini dei poliziotti hanno permesso di trovare riscontri di quattro omicidi, avvenuti tutti a Canosa; si tratta di Sabino Sasso e Alessandro Sorrenti, uccisi il 1 dicembre 2003 all’età di 21 e 26 anni, di Sabino D’Ambra scomparso il 14 gennaio 2010 quando aveva 24 anni e infine di Giuseppe Vassalli, ucciso il 18 agosto 2015 all’età di 26 anni. Sono otto le persone arrestate con le accuse, a vario titolo, di omicidio premeditato, distruzione di cadavere, violenza e minaccia a pubblico ufficiale in concorso, estorsione aggravata. Per tutti i reati inoltre è stata altresì contestata l’aggravante del metodo mafioso.

Il gip di Bari Francesco Agnino, nella sua ordinanza, ha infatti evidenziato come dagli elementi raccolti è possibile “affermare l’esistenza di consessi malavitosi organizzati”. E proprio come i membri dei clan mafiosi, anche a Canosa gli sgarri venivano punti con la morte. Come nel caso di Sabino D’ambra, giustiziato perché ritenuto un confidente delle forze dell’ordine e autore della soffiata che, solo pochi giorni prima della sua esecuzione, portò all’arresto di un pusher vicino al boss Lorenzo Campanella. A distanza di quasi 20 anni da quel delitto, è stato proprio Campanella a svelare i retroscena di quella vicenda. Alle sue dichiarazioni si sono aggiunte anche quelle del figlio Andrea Campanella, autore materiale dell’omicidio e della distruzione del cadavere e oggi anche lui diventato collaboratore di giustizia. Le loro dichiarazioni hanno confermato la voce che già poco dopo si era diffusa nel paese. Ai familiari della vittima era infatti stato consegnato un bigliettino anonimo su cui era scritto “a far sparire Sabino D’Ambra sono stati Cosimo Campanella e Sabino Carbone perché lui era infame fece arrestare uno dei loro scagnozzi”. Un pizzino simile fu poi recapitato alle forze dell’ordine che indagavano sulla vicenda, ma le prove scientifiche non riuscirono mai a confermare le responsabilità delle persone indicate dalla fonte anonima.

Anche per coloro che pensavano di gareggiare sulle arti marziali c’era un limite da non superare. Come quello imposto a Sabino Sasso, ammazzato a dicembre 2003 insieme al cognato Alessandro Sorrenti. I due pentiti, Lorenzo e Andrea Campanella, con le loro dichiarazioni hanno accusato dell’omicidio lo stesso Sabino Carbone e anche il 39enne Cosimo Campanella junior, figlio del primo e fratello del secondo. Padre e figlio divenuti collaboratori di giustizia non hanno fatto sconti ai familiari: oltre al giovane parente, infatti, hanno spiegato che il corpo delle vittime è stato bruciato e distrutto nel fondo agricolo custodito da Cosimo Campanella Senior, 81enne padre del pentito Lorenzo. Il movente? “Sasso Sabino era un giovane molto forte, esperto di arti marziali, che voleva dominare rispetto a Carbone Sabino e Campanella Cosimo junior”.

Ma anche chi si avvicinava troppo a una donna, rischiava di fare la stessa fine. Come Giuseppe Vassalli, il 26 enne ritenuto un pusher del gruppo di Sabino Carbone, che nell’estate 2015 aveva avviato una relazione con la ex fidanzata di Cosimo Zagaria detto Mino, anche lui pusher ma per un gruppo contrapposto. Interessi economici e rancori personali, a Canosa di Puglia, hanno portato a una sentenza terribile: anche Giuseppe Vassalli fu infatti portato con l’inganno in una zona isolata, ucciso a colpi di pistola e il suo corpo fu poi dato alle fiamme. Persino le sue ossa sono state frantumate e disperse. Il destino, però, volle che qualche tempo dopo la donna al centro della contesa si riavvicinasse a Zagaria e a lei, in un momento di debolezza, Zagaria confessò il delitto: “Una sera di settembre 2016 Mino mi ha confessato l’omicidio di Giuseppe Vassalli, dicendo che voleva svuotarsi la coscienza”. Alla donna avrebbe svelato come uno dei ganci fu Sabino Carbone: furono lui e altri, insomma, a tradirlo e a consegnarlo alla morte. Stando a quanto emerge dagli atti, inoltre, poco dopo quell’esecuzione, Mino Zagaria e un complice, Daniele Boccuto, si sarebbero tatuati una lacrima sotto l’occhio: “Quando uno ammazza qualcuno – ha spiegato il pentito Campanella confermando la versione della donna – si fanno le lacrime che fanno piangere per dire io c’ho i morti sulle spalle”.

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