“Una particolare e favorevole attenzione alle esigenze di Ilva in As” in cambio dell’interessamento alla propria carriera. La Procura di Potenza ha chiuso l’inchiesta che ha portato all’arresto dell’ex avvocato di Eni e Ilva Piero Amara, dell’ex commissario straordinario della fabbrica ionica, Enrico Laghi, e all’obbligo di dimora per Carlo Maria Capristo, ex procuratore di Trani e Taranto. Sono complessivamente 12 gli indagati ai quali nelle ultime ore la procura lucana, guidato da Francesco Curcio, sta notificando gli avvisi di conclusione delle indagini. Tra i nomi, oltre quelli, di Capristo e Amara, compaiono quelli di Nicola Nicoletti, consulente dell’ex Ilva, di Filippo Paradiso, poliziotto in servizio negli uffici di ministri e senatori, e quelli di altri magistrati già coinvolto nelle inchieste sul ‘sistema Trani’ come Michele Nardi e Antonio Savasta, entrambi condannati in primo grado nei procedimenti penali dinanzi al tribunale di Lecce.

Tra i 12 indagati, al momento, non compare il nome di Enrico Laghi, arrestato il 27 settembre scorso e rimesso in libertà pochi giorni fa dal Tribunale del Riesame di Potenza: l’ex commissario Ilva, infatti, è stato iscritto in un secondo momento nel registro degli indagati rispetto alle atre persone coinvolte nell’inchiesta e quindi per lui non sono ancora scaduti i termini. Nessuna richiesta di archiviazione, insomma, dato che il nome di Laghi compare in alcuni capi d’accusa e per i pubblici ministeri Curcio, Anna Piccininni e Giuseppe Borriello, è un “soggetto attivo della corruzione in atti giudiziari”. Nell’ordinanza che lo portò ai domiciliari, Laghi era indicato come “il regista occulto e spregiudicato” che aveva lavorato per tenere al riparo l’ex Ilva dalle azioni che avrebbero potuto danneggiare la sua vendita ai privati, obiettivo principale dell’allora Governo guidato da Matteo Renzi. E per farlo, secondo l’accusa, Laghi aveva utilizzato magistrati, avvocati e consulenti. Grazie al legame stabilito con Capristo, infatti, per l’accusa Laghi ha ottenuto corsie preferenziali in una serie di procedimenti che vedevano coinvolta la fabbrica. Come ad esempio nel maxi processo “Ambiente svenduto”, in cui grazie a servigi di Amara raggiunse con la procura l’accordo per il patteggiamento poi rigettato dalla Corte d’Assise.

Oppure per l’incidente mortale che portò al sequestro di Afo2 in cui Capristo fece pressioni sui suoi sostituti per concedere il dissequestro dell’impianto. E ancora nel procedimento penale per la morte di un altro operaio nel quale, su indicazione di Amara, la procura nominò un consulente gradito a Ilva in As e concesse in poco più di 24 ore il dissequestro del nastro trasportatore in cui aveva trovato la morte Giacomo Campo. Una “svendita stabile delle funzioni giudiziarie” da parte di Capristo che per la procura potentina era il favore da restituire per l’interessamento di Amara alla sua nomina come capo degli inquirenti tarantini. Non solo. Come contropartita, Capristo per l’accusa ha ottenuto anche la nomina del “suo inseparabile sodale” Giacomo Ragno, anche lui condannato nel processo al Sistema Trani, come difensore di dirigenti dell’ex Ilva finito sotto processo.

Per Capristo è il secondo procedimento penale. Nel primo, che lo portò ai domiciliari a maggio 2020 e per il quale è in corso il processo, è accusato di aver fatto pressioni sulla pm di Trani, Silvia Curione, affinché portasse avanti l’azione penale nei confronti di un uomo che i tre fratelli imprenditori del barese Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo avevano denunciato per usura. Dalle indagini, però, la pm tranese aveva compreso che quelle denunce erano infondate e così aveva aperto un fascicolo per calunnia contro i tre fratelli. Da quelle intercettazioni, però, era emerso anche il rapporto stretto tra i Mancazzo e gli uomini più vicini a Capristo. Uno di questi era proprio l’ispettore di polizia Scivittaro che a luglio 2018 su richiesta del “maestro”, come veniva chiamato Capristo, entrò nell’ufficio della Curione e le chiese di velocizzare le indagini. Lei denunciò tutto al successore di Capristo, il procuratore Antonino Di Maio, ma questi chiese l’archiviazione minimizzando la vicenda. A quel che la Procura Generale di Bari avocò a sé le indagini e trasmise tutto alla procura di Potenza visto che nel frattempo Capristo era stato promosso procuratore a Taranto.

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