Volontario e senza vincolo di orario, con la maggior parte del tempo in presenza e il computer fornito dal datore di lavoro. E’ questa la nuova versione di smartworking per i dipendenti pubblici presentata ai sindacati dal ministro per la funzione pubblica, Renato Brunetta. Si tratta di linee guida che l’amministrazione potrà attuare attraverso i piani integrati di attività e di organizzazione. A patto però che il lavoro non rallenti, perché mai più un ufficio potrà essere “chiuso per smartworking”. Maggiori dettagli sul tema arriveranno probabilmente dopo l’incontro fra l’Aran, Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, e il sindacato, previsto per il 24 ottobre per il rinnovo del contratto delle funzioni centrali. Una trattativa che il ministero spera venga conclusa al massimo entro metà novembre. Anche a dispetto del fatto che non manchino le voci di dissenso: per la Federazione lavoratori pubblici Flp nella bozza di contratto per le funzioni centrali dello scorso 19 ottobre c’è “un’ipotesi di regolamentazione che si configura addirittura peggiorativa dell’attuale quadro normativo, con norme contrattuali che non solo sono inadeguate, ma che, ove adottate, penalizzerebbero l’istituto anche rispetto al lavoro in presenza” come spiega il sindacato guidato da Marco Carlomagno. Opinione condivisa da Confederazione Indipendente sindacati europei (Cse), mentre meno critiche sul tema sono Cgil e Cisl. Anche se sin d’ora non è chiaro come si potrà lavorare da remoto senza archivi digitali.

Ma andiamo per gradi. Tutto il dibattito sul lavoro agile si è acceso con la decisione del ministro della funzione pubblica Renato Brunetta di riportare i lavoratori pubblici in blocco in presenza. Operazione che, a suo dire, porterà un aumento del prodotto interno lordo grazie alla ripresa della ristorazione. La decisione di far rientrare gli statali in blocco getta via però buona parte del lavoro fatto durante il secondo governo Conte dall’ex ministro della funzione pubblica, Fabiana Dadone, oggi alle politiche giovanili. E cioè tutti i Piani organizzativi per il lavoro agile di 162 amministrazioni che, come richiesto dalla legge (77/2020), avrebbero dovuto individuare le modalità di smartworking prevedendo che “almeno il 60 per cento (il tetto minimo è del 30% in assenza di Pola) dei dipendenti possa avvalersene”, come si legge nella norma. L’occasione del rinnovo dei contratti nazionali della pubblica amministrazione, dalle funzioni centrali fino agli enti locali, avrebbe poi dovuto fare il resto. In che modo? Grazie all’introduzione di nuovi parametri per definire obiettivi, premialità e penalizzazione economica. E, invece, il percorso si è interrotto. Il motivo non è chiaro. Due le interpretazioni. Secondo alcune indiscrezioni, il ministero della funzione pubblica avrebbe voluto spingere di più sull’efficienza degli statali puntando sulle possibilità di richiami e licenziamenti nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi. Altre fonti, invece, sostengono che la ragione è, invece, piuttosto politica: “Se l’amministrazione funziona a singhiozzo, il cittadino è costretto a chiedere favori per ottenere un diritto che dovrebbe essere naturalmente riconosciuto – spiega una fonte che chiede l’anonimato -. In questo modo, la politica mantiene il potere sulla gente che deve ricorrere all’amico dirigente anche solo per avere una carta d’identità”.

Il tema è particolarmente rilevante visto che, come recentemente ricordato dal ministro Brunetta in un articolo pubblicato dalla fondazione Italianieuropei, “circa il 70% dell’effetto totale stimato nel Piano nazionale di resilienza e rilancio dalle riforme strutturali è attribuibile alla riforma dell’amministrazione”. Di certo nella bozza del primo contratto che verrà rinnovato nell’ambito dell’amministrazione c’è una decisa preferenza per il lavoro da remoto. “Del resto, per gli statali sono già previsti degli obiettivi talvolta anche in corso d’anno – spiega Pierluigi Mastrogiuseppe, dirigente Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni. -. Ovviamente si implementano in smartworking. E chiaramente non tutte le amministrazioni sono allo stesso livello di avanzamento. Ci sono quelle più coerenti e quelle meno. Non voglio dire che nella pubblica amministrazione si lavori per obiettivi come nel privato, sia chiaro. Ma il contesto di regole è più che adeguato. E c’è il rischio è che si arrivi ad una iperegolamentazione”. Non è questo certo l’intento del sindacato che guarda con grande interesse ai 210 milioni stanziati per la formazione.

“I temi da affrontare nei nuovi contratti del settore pubblico sono diversi. C’è lo smartworking, ma anche il diritto alla disconnessione, il sistema di classificazione del personale e la progressione economica all’interno delle diverse aree” puntualizza Tania Scacchetti della Cgil. In effetti, sui “differenziali stipendiali di valorizzazione”, la bozza del 19 ottobre fa riferimento alla “valutazione della performance individuale, all’esperienza professionale maturata, eventuali altri criteri definiti in sede di contrattazione integrativa”. Detta in altri termini, valutazioni del diretto superiore e scatti di anzianità. Ovvero nulla di nuovo sotto il sole rispetto agli obiettivi, alle premialità e alle penalizzazioni cui avrebbe dovuto portare il lavoro agile così come immaginato dall’Osservatorio per lo smartworking del Politecnico di Milano. “Resta il problema dell’organizzazione del lavoro con le indicazioni di obiettivi specifici e non generici come ci sono oggi. Obiettivi finalizzati a rispondere ai bisogni dei cittadini e delle imprese, oltre che a quelli dell’amministrazione”, spiega Donato Limone, professore di informatica giuridica dell’università Unitelma Sapienza e fra i fondatori dell’associazione Innovazione e Trasparenza.

Inoltre, in caso di lavoro agile “volontario” e stipulato via “accordo individuale”, ricadono sul lavoratore tutta una serie di previsioni. A differenza da quanto previsto per il lavoro da remoto, nello smartworking “il dipendente è tenuto ad accertare la presenza delle condizioni che garantiscono la sussistenza delle condizioni minime di tutela della salute e sicurezza del lavoratore – si legge nella bozza – nonché la piena operatività della dotazione informatica ed ad adottare tutte le precauzioni e le misure necessarie e idonee a garantire la più assoluta riservatezza sui dati e sulle informazioni in possesso dell’Ente che vengono trattate dal lavoratore stesso”. Questioni non di poco conto se si pensa alla facilità con cui i sistemi informatici possono essere hackerati. Il tutto all’interno di tre fasce orarie che prevedono operatività, contattabilità e inoperabilità (dalle 22 alle sei del mattino successivo) nel medesimo orario di lavoro. E senza possibilità, nelle giornate di smartworking, di effettuare “lavoro straordinario, trasferte, lavoro disagiato, lavoro svolto in condizioni di rischio”.

Più importante nella bozza di contratto è invece il lavoro da remoto che però non porta gli stessi benefici dello smartworking in termini di efficienza ed efficacia, anche per via di un minore coinvolgimento del dipendente dovuto all’oggettivo distacco dal cuore dell’attività, come in più occasioni evidenziato dall’Osservatorio smartworking. Nel dettaglio, la bozza di contratto prevede lo stesso orario lavorativo svolto via “telelavoro domiciliare” e “altre forme di lavoro a distanza come il coworking o il lavoro decentrato da centri satellite”. Senza nulla togliere a riposi, permessi e pause. Per il resto, retribuzione e straordinari, restano come all’interno dell’ufficio. In sintesi, anche “la nuovo proposta di regolamentazione delle altre tipologie di lavoro da remoto appaiono addirittura meno attuali e con minori tutele di quelle oggi vigenti in materia di telelavoro e coworking” conclude la Flp.

Sullo sfondo resta un grande interrogativo. “Come si potrà lavorare da remoto se la documentazione della pubblica amministrazione non è nativa digitale, se non ci sono gli archivi sul cloud, se i sistemi informatici della pubblica amministrazione non si parlano fra di loro? – conclude Limone – Se avessimo dato seguito al codice sull’amministrazione digitale del 2005 con le regole tecniche con l’obbligo della conservazione, formazione e gestione documenti informatici della pubblica amministrazione esclusivamente in digitale del 2013 avremmo le banche dati e l’intera macchina statale potrebbe lavorare da remoto senza problemi”. E, invece, ogni amministrazione è andata per conto suo, le file si sono moltiplicate e di digitale è stato prodotto poco e nulla.

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