Non sarà il primo consigliere di origine somala a sedersi ai banchi del consiglio comunale di Torino, ma sarà il primo rifugiato politico a farlo a soli 13 anni dal suo arrivo in Italia, con un barcone a Lampedusa. Rischiava di rimanere fuori per un pelo, ma l’elezione di Stefano Lo Russo a sindaco della città fa sì che Abdullahi Ahmed Abdullahi, nato a Mogadiscio (Somalia) l’11 ottobre 1988 e cittadino italiano dal 2016, possa trovare il suo posto nell’assemblea cittadina. Se il candidato sindaco del Pd avesse perso al ballottaggio, Ahmed Abdullahi sarebbe rimasto fuori nonostante le 1.112 preferenze, un dato che fa di lui il candidato di origine straniera col maggior numero di voti all’ultima tornata elettorale in tutta Italia: “I miei voti non sono tutti di stranieri – spiega a ilfattoquotidiano.it – Vengo dalla società civile e per me è un onore essere eletto. Questo risultato è anche il frutto dell’impegno di chi mi ha preceduto”.

Sbarcato il 23 giugno 2008 a Lampedusa insieme ad altri somali dopo sette mesi di viaggio attraverso l’Africa, viene trasferito a Settimo Torinese, nel centro accoglienza della Croce rossa italiana. “Il mio primo obiettivo era imparare l’italiano e mettermi a lavorare, ma pochi anni dopo sono arrivate altre persone somale”, ricorda. Allora lui, arrivato prima di loro, viene coinvolto come interprete: “Poi ho fatto il corso di mediatore interculturale. È stato l’inizio di un percorso”. Comincia così il suo impegno per sia per favorire l’integrazione degli stranieri, sia per far conoscere la vita dei migranti agli italiani, un impegno talmente forte che nel 2014 il Comune di Settimo Torinese gli conferisce la cittadinanza onoraria, un atto simbolico per premiare “il forte senso civico che si traduce in impegno concreto svolto a favore della comunità”.

Nel 2016 ottiene la cittadinanza vera, con tutti i doveri e i diritti che ne conseguono, come votare e candidarsi. Nel frattempo collabora con l’associazione Acmos come animatore sociale negli istituti superiori e nel 2018, dopo aver promosso il Festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo, fonda un’associazione, Generazione Ponte, composta da altri rifugiati come lui e da seconde generazioni i cui obiettivi sono lavorare per l’integrazione, rafforzare il dialogo interculturale e interreligioso, realizzare percorsi di educazione nelle scuole e diffondere politiche di buon vicinato: “Siamo in dieci, cinque ragazze e cinque ragazzi, nati in continenti differenti – dice – Il primo progetto è stato dare a cinquanta ragazzi provenienti da trenta Paesi diversi l’abbonamento ai musei di Torino, un modo per far conoscere loro il posto dove in cui vivono. Serve a sentirsi coinvolti, a non autoescludersi e a vedere un futuro. Vogliamo rendere Torino una città capace di far sentire tutti cittadini del posto”. Il 2020 sembra l’anno in cui, dopo i dodici trascorsi in Italia, può tornare a visitare la sua famiglia e i suoi amici in Somalia, ma la pandemia ferma il suo viaggio. Tuttavia in quell’anno arrivano altre soddisfazioni: pubblica il suo libro Lo sguardo avanti (Add editore) e riceve dalla Commissione europea il premio Alterio Spinelli per la sua attività di sensibilizzazione.

Nei mesi scorsi, poi, è arrivata la decisione di candidarsi con il Pd e a settembre si è impegnato nella sua prima campagna elettorale: “Ho fatto soltanto un incontro pubblico. Per il resto, preferivo incontrare le persone sui trasporti pubblici o alle fermate. Abito nella zona nord di Torino e ho girato molto, soprattutto per Barriera di Milano e Falchera, ma anche in centro. Approfittavo dei pochi minuti di attesa. In alcune zone non è facile essere nero e dire ‘Voglio rappresentarti’, ma non ho subito razzismo. Ascoltavo i problemi e le proposte dei cittadini, ero lì e la gente si apriva. Ne ho ascoltate di tutti i colori”. Per questo dice che vorrà impegnarsi per le periferie, le politiche giovanili e l’inclusione: “Ci sono molte case vuote e inutilizzate che potrebbero avere un utilizzo sociale con accordi tra privati e l’amministrazione; bisogna potenziare le linee che collegano i quartieri periferici, soprattutto la sera, e rendere accessibili più facilmente ad anziani e disabili alcuni tram molto vecchi”.

C’è poi un altro ambito su cui poi vorrebbe lavorare. “È il concetto che non si può essere stranieri per sempre. La composizione della nostra città è chiara: una grandissima percentuale dei residenti viene da altre città, regioni o Stati. A Torino abbiamo circa 38mila persone nate all’estero e iscritte all’anagrafe elettorale – dice – Una parte dell’astensionismo riguarda anche queste persone e i loro figli. Molti non hanno mai votato, non sanno chi votare o non conoscono gli schieramenti, oppure sono delusi dalla politica. Aumentare la loro partecipazione è uno degli obiettivi che mi pongo. È un compito difficile, ma dobbiamo lavorare molto e dare spazi di protagonismo alle associazioni di migranti e della diaspora. Ne ho già parlato col sindaco Lo Russo”.

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