Più che un’eccellenza, la sanità lombarda si è rivelata allo scoppiare della pandemia un fattore di rischio aggiuntivo al coronavirus. Tanto che da mesi si parla di una sua revisione, per di più resa necessaria dalla bocciatura della riforma Maroni del 2015 da parte dell’Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. La nuova proposta di legge voluta dalla vicegovernatrice e assessora al Welfare Letizia Moratti è al momento oggetto di scontro in commissione Sanità al Pirellone dove verrà votata settimana prossima, per poi approdare a novembre in aula. Ma alla sonora bocciatura delle opposizioni, si aggiunge anche quella della Cgil per “l’ulteriore avanzamento dei privati” in una regione dove, nelle loro mani, c’è già il 40% delle prestazioni sanitarie. L’occasione per fare il punto è stato il convegno “Diritto alla Salute – Riflettori accesi sul servizio sanitario lombardo”, promosso da Spi Cgil Lombardia e Cgil Lombardia tenutosi mercoledì a Milano. Tra i relatori Maria Elisa Sartor, docente di Programmazione, organizzazione e controllo nelle aziende sanitarie alla Statale di Milano, che ha sviluppato una lucida analisi dei guai sanitari lombardi e della loro origine. La libertà di scegliere se rivolgersi a ospedali pubblici o privati per farsi curare, tanto decantata per lustri a partire dagli anni di Roberto Formigoni, “si è ridotta in pratica – fa notare Sartor – a un’unica scelta: aspettare un anno per una visita o farla a pagamento”. Questioni, secondo la professoressa, ben lontane dall’essere risolte dalla nuova legge, che non interviene sul peccato originale della riforma Formigoni, non risolve criticità di quella di Maroni e spinge ancor di più il sistema regionale verso la sanità privata.

Con la revisione voluta dalla Moratti rimarranno in vita le Ats (Agenzie di tutela della salute), che però perderanno peso a vantaggio delle Asst (Aziende socio sanitarie territoriali), cioè le strutture pubbliche di erogazione, in primis gli ospedali. L’organizzazione della medicina territoriale rimarrà in capo alle Asst, che saranno responsabili anche delle case della comunità, dei centri operativi territoriali e degli ospedali di comunità, cioè le nuove strutture previste dal Pnrr le cui indicazioni si sono sovrapposte alla revisione della riforma Maroni, in forte ritardo visto che avrebbe dovuto concludersi entro l’estate del 2020. Oltre a ribadire la “libertà di scelta” del cittadino su dove curarsi, la proposta di legge della Moratti prevede “l’equivalenza” all’interno del Sistema sanitario regionale dell’offerta delle strutture pubbliche e di quelle private. Enfatizzando in sostanza ancora di più il ruolo della sanità privata: “Una previsione – dice Sartor – sufficiente per rigettare tutta la proposta di legge”.

Per comprendere dove sta andando la sanità lombarda oggi, bisogna tornare alla seconda metà degli anni Novanta, quando Roberto Formigoni vara la sua riforma: riduce di un terzo le Asl e procede alla loro trasformazione organizzativa, con lo scorporo delle attività di erogazione dei servizi che diventa il presupposto per l’ingresso dei privati nel sistema sanitario regionale. Con la riforma Maroni, al posto delle Asl vengono istituite le Ats e le Asst. Queste ultime per Sartor sono “una parziale e brutta copia della Asl di epoca pre Formigoni, perché nonostante le promesse non si sono rivelate in grado di presidiare i servizi pubblici e privati del territorio”. Le Asst, che sono strutture pubbliche di erogazione di servizi in concorrenza con il privato, hanno poi il vizio di essere strutture “ibride”, visto che ai privati possono essere ceduti reparti, spazi e servizi da erogare.

E veniamo ai problemi della revisione targata Moratti: “Mantiene in vita le Ats e le Asst, come se avessero dimostrato di funzionare”, nota Sartor. “Le Ats continuano ad avere una missione prevalentemente di tipo regolativo, mentre la programmazione sanitaria non si fa”. Un sistema privatizzato come quello lombardo – spiega l’esperta – si basa sulla negoziazione tra pubblico e privato delle condizioni per l’accreditamento, tra cui ad esempio il valore dei rimborsi per i servizi erogati. “Più si va verso la negoziazione, più ci si allontana dalla programmazione. E noi siamo molto vicini al polo della negoziazione”. Anche il passaggio di alcune competenze dalle Ats alle Asst previsto dalla riforma della Moratti, secondo Sartor non è altro che un’ulteriore spinta verso la sanità privata. Con il rischio che le nuove case della comunità e gli ospedali di comunità previsti dal Pnrr vedranno anch’essi il coinvolgimento dei privati.

Critico sulla legge in fase di preparazione in Regione è anche il sindacato: secondo Monica Vangi, segretaria Cgil Lombardia, e Federica Trapletti, segreteria Spi Cgil Lombardia, “la riforma portata avanti dall’assessore Moratti non rivede in alcun modo l’impianto generale del sistema Formigoni–Maroni, anzi dà un ulteriore impulso all’espansione dei soggetti privati, senza prevedere invece un intervento di rafforzamento della rete pubblica. Le stesse case della comunità nelle mani della giunta Fontana si presentano dai contorni vaghi e senza precise indicazioni rispetto al coinvolgimento delle realtà di territorio”. Molto duri gli esponenti delle opposizioni al Pirellone presenti al convegno: “Dopo tutto quello che è successo in Italia, e in particolare in Lombardia, nell’anno della pandemia, la risposta data con questo progetto di legge è un’offesa a quel dolore a quella disperazione”, dice Gianni Girelli, consigliere regionale del Pd e presidente della commissione d’inchiesta Covid 19 in Regione. “Se passa questa riforma – è il parere del consigliere regionale del M5S Marco Fumagalli – sarà una tragedia. Non solo per la Lombardia, ma per tutta l’Italia. Si consegnerà il sistema sanitario ai privati e lo si farà diventare un modello per il resto del paese. Così andremo tutti verso un modello privatistico di tipo americano”.

@gigi_gno

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