A 74 anni suonati piazza ancora una zampata Clemente Mastella, rieletto sindaco di Benevento al ballottaggio col 53 per cento dei voti. Dice che è l’ultima, ma non gli credono in molti a dir la verità. Contrastato proprio sull’età avanzata e sulla ormai più che quarantennale presenza sulla scena politica, ha replicato in chiusura di campagna elettorale citando Micheal Jordan e la famosa frase su tiri sbagliati. In realtà calza poco: ricorda più uno di quei bomber di provincia che, anche quando sembrano bolliti e vestono maglie di squadre non più blasonate, a lasciargli mezzo metro ti fanno secco. Perché il ballottaggio a Benevento, vinto contro Luigi Diego Perifano candidato sostenuto dal Pd (non tutto) e appoggiato ufficialmente dalla sinistra alternativa di Angelo Moretti e in maniera unofficial probabilmente anche da quel pezzo residuale di destra uscito sconfitto al primo turno, aveva tutti i crismi di un referendum su Mastella. “Contro di me – ha dichiarato – c’era un’oscena, immorale e innaturale Arca di Noè che andava dall’estrema sinistra all’estrema destra: io ero alleato solo coi cittadini”.

Sindaco uscente oggi: fu eletto contro ogni pronostico nel 2016, quando sconfisse il dem Raffaele Del Vecchio ,oggi con lui. Allora Mastella pur non avendo più nulla in mano a livello politico dopo la fine dell’Udeur e le vicende giudiziarie che l’avevano visto protagonista, poteva giocarsela tutta sul nome e sulla storia personale, vincendo per essere riuscito a presentarsi ai beneventani come il nuovo. Sì, il nuovo paradossalmente per uno che è in pista dagli Anni settanta. Una narrazione chiaramente impossibile da metter giù con cinque anni di governo alle spalle. Cinque anni non senza difficoltà: si era dimesso nel febbraio 2020, quando non aveva più maggioranza in consiglio. Poi è arrivato il Covid.

La squadra si è ricompattata accanto a una figura “pop”: Mastella che dà il numero di cellulare personale a tutti, che registra messaggi telefonici inviati ai cittadini ogni domenica mattina che parla agli anziani e ai bambini e si rivolge a loro anche attraverso Facebook, a volte sbagliando a digitare i suoi messaggi ma suscitando empatia, evidentemente, nei cittadini. Naturalmente c’è anche la tessitura della tela politica dell’ex ministro: Mastella ha spaccato il Pd, rivendicando l’appoggio di De Luca e provocando una scissione a tutti gli effetti nel partito a livello provinciale portando dalla sua un gruppo di amministratori ed esponenti dem che hanno formato una lista. Ha lavorato per far saltare l’accordo tra Pd (ufficiale) e Movimento Cinque Stelle ricordando i trascorsi del candidato sindaco, Perifano, in una loggia massonica: l’appoggio ufficiale è arrivato in maniera piuttosto scomposta con un comunicato del deputato Pasquale Maglione a quattro giorni dal ballottaggio. E su questo punto Mastella ha insistito anche dopo la vittoria: “Ho sconfitto i feudalisti, i feudatari e soprattutto le logge che temevo prendessero il potere a Benevento”, riferimento chiaro alla massoneria.

E ancora: essendo stato fino ad inizio 2020 il riferimento del centrodestra nel Sannio, Mastella passando a sostegno di De Luca e portandosi dietro praticamente la totalità degli amministratori e degli esponenti vicini al centrodestra ha prosciugato l’area, tant’è che Forza Italia correva con lui, e Lega e Fdi hanno messo giù una coalizione da due liste piuttosto raffazzonata, che infatti è riuscita ad arrivare a un misero 5% al primo turno. Insomma, se è vero che la squadra avversaria era un mix per tentare di scalzare Mastella, è vero anche che le linee del campo di gioco le ha disegnate proprio l’ex ministro: un campo unico in Italia, basti pensare che i dem casertani che festeggiavano Marino mandavano gli auguri a Mastella che aveva sconfitto il Pd.

Certo qualche patema c’è stato: da uscente e da vecchia volpe politica sapeva che un ballottaggio sarebbe stato rischioso per un uscente come lui, per questo ha schierato un esercito di dieci liste e di 315 candidati provando a vincere al primo turno. Le sue liste ce l’hanno fatta a prendere la maggioranza, lui no per qualche centinaio di voti e si è rituffato sul ballottaggio sfruttando la narrazione a lui più congeniale: quella dell’“usato sicuro”, del nonno premuroso nei confronti dei bambini e dei suoi “coetanei” anziani. Non ha risparmiato bordate agli avversari: Enrico Letta è venuto in città a sostegno di Perifano e Mastella e lo ha definito “il signore di Siena che dovrebbe badare ai disastri fatti per la sua città”, rilanciando “i miei avversari hanno bisogno di far venire i leader… io invece sono un leader” e catalizzato l’attenzione attorno a sé in base al “sono solo contro tutti”.

E ha saputo giocare sul suo “popolarismo” corteggiando in particolare i voti delle periferie e dei quartieri popolari di Benevento rivendicando la sua immagine di uomo che sa stare tra i cittadini, giocando a biliardino con loro ad esempio (immagine che gli ha portato migliaia di like sui social) opposta alla narrazione dell’avversario descritto come rappresentante dell’élite beneventana. Fatto sta che in quei quartieri e nelle periferie Mastella ha fatto bottino pieno: voti determinanti per la sua rielezione. E dunque il “bomber di provincia”, senza scomodare sua maestà aerea Jordan: lui che la sua provincialità l’ha rivendicata quando ha dichiarato che ha reso Benevento città, prima paesone, e ne hanno sottolineato in termini spregiativi la “ceppalonesità”: ha ricordato che lui da Ceppaloni ha fatto due volte il ministro e governato l’Italia diventando deputato a 28 anni. “Altri – ha dichiarato – non possono dire altrettanto”. Adesso giura che questo è l’ultimo giro di valzer in politica: “Dopo farò il nonno”, ha assicurato. Sarà vero?

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