Il banchiere Giovanni Bazoli e l’ex consigliere delegato di Ubi Victor Massiah sono stati assolti al termine del processo per il caso Ubi. I giudici del Tribunale di Bergamo si erano riuniti in camera di consiglio venerdì mattina. I reati contestati sono la presunta illecita interferenza sull’assemblea del 2013 con una raccolta, secondo l’accusa, irregolare di deleghe (reato ritenuto prescritto dallo stesso pm) e ostacolo all’esercizio degli organi di vigilanza. La Procura di Bergamo aveva chiesto una condanna di sei anni e 8 mesi a carico di Bazoli, presidente emerito di Intesa Sanpaolo che a dicembre compirà 89 anni, mentre per l’ex numero uno era stata formulata una richiesta di condanna di 5 anni. Bazoli e Massiah assolti nel merito anche riguardo la presunta illecita influenza sull’assemblea del 2013 al termine del processo sul caso Ubi. Per altri imputati è stato dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Per l’ex consigliere delegato di Ubi Victor Massiah, riguardo l’influenza illecita sull’assemblea del 2013, il Tribunale di Bergamo ha deciso il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione a differenza del banchiere Giovanni Bazoli che è stato assolto nel merito.

Il pm aveva chiesto anche una confisca di oltre cinque milioni ai consiglieri di Sorveglianza di Ubi per i quali aveva sollecitato la condanna per l’accusa di aver influenzato illecitamente le decisioni dell’assemblea di 8 anni fa in cui si determinò la governance dell’istituto bancario, gestendo le nomine. Secondo la procura, se non ci fossero state irregolarità nella gestione delle deleghe, la cosiddetta Lista 1, a cui appartenevano, non avrebbe vinto; la somma rappresenta appunto l’illecito profitto che non avrebbero conseguito in casi di vittoria delle altre due liste. La procura ha chiesto però l’assoluzione della figlia di Bazoli, Francesca e della stessa Ubi, imputata in base alla Legge 231 del 2001 e ha chiesto anche la trasmissione degli atti per falsa testimonianza a carico di alcuni testimoni.

Il rinvio a giudizio era stato deciso due anni fa dal gup di Bergamo, Ilaria Senesi. Il pm di Bergamo Fabio Pelosi aveva ribadito nell’ultima udienza la richiesta di rinvio a giudizio per i 31 imputati, compresa la banca come persona giuridica. Tutti accusati di ostacolo agli organismi di vigilanza e di indebite influenze sulla formazione dell’assemblea del 2013 che decretò la maggioranza della lista ufficiale, contrapposta a quella cosiddetta Resti, dal cognome del promotore, e a quella capeggiata dall’ex parlamentare Giorgio Jannone che con i suoi esposti ha dato il via all’inchiesta. Bazoli, avvocato bresciano, classe 1932, è quello che si si puàò definire un banchiere di lungo corso con una presenza di oltre 40 anni al centro del sistema finanziario italiano, di cui 33 nelle vesti di presidente di quello che una volta fu il Nuovo Banco Ambrosiano. Di Banca Intesa è stato tra i padri fondatori nel gennaio 2007 con la fusione tra Banca Intesa e il Sanpaolo Imi. E anche della nascita Ubi, dalla fusione tra BPU Banca e Banca Lombarda 1 aprile 2007, è stato “ideatore e protagonista”. A 85 anni quindi finisce a giudizio il professore che fu chiamato da Beniamino Andreatta a salvare il Banco Ambrosiano, tra i protagonisti assoluti degli ultimi cinquant’anni della finanza cattolica italiana.

Secondo il rappresentante dell’accusa, che aveva citato alcune tra le numerose intercettazioni agli atti, per quanto riguarda il primo capo d’imputazione vi fu, da parte dell’istituto, “addirittura un’eccessiva mole di informazioni” agli organismi preposti, Bankitaliaia e Consob (quest’ultima parte civile mentre la prima non ha ancora ritenuto di chiedere di costituirsi), mentre sono state escluse dal gup tutte le altre parti che hanno chiesto di costituirsi. Peccato, però, che, a detta del pm, la documentazione “non rispettava la prassi reale e ometteva” di raccontare quel presunto patto occulto per indirizzare le scelte della banca stipulato tra Bazoli, in qualità di leader dell’associazione che riunisce i soci storici bresciani (la Ablp), ed Emilio Zanetti, alla guida dell’associazione fra i soci storici bergamaschi (Amici di Ubi Banca). Vi era poi la questione della raccolta delle deleghe in vista dell’assemblea del 2013. In questo caso, per il pm vi sarebbe stata una “soggezione” da parte dei soci nei confronti dei vertici di Ubi e sarebbero entrati in azione anche dei “volenterosi esecutori” impegnati a rastrellare i voti per far vincere la cordata di Bazoli e Zanetti.

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