Non capita spesso, ultimamente, che l’Europa e la Polonia siano d’accordo su qualcosa. Eppure l’Ue ha appoggiato la scelta di Varsavia di introdurre lo stato di emergenza nei 3 chilometri di fascia di territorio al confine con la Bielorussia. La misura è stata decisa dal presidente polacco Andrzej Duda e poi confermata dalla Camera bassa, nonostante l’opposizione della sinistra e le manifestazioni degli attivisti. Le ragioni ufficiali che hanno spinto il governo del primo ministro Mateusz Morawiecki a chiedere un provvedimento che non veniva applicato dal periodo comunista sono due, e di diversa natura: una riguarda la sovranità dei confini, l’altra la difesa. Ovvero, l’aumento dei migranti che cercano superare la frontiera e una delle maggiori esercitazioni militari congiunte, tra Russia e Bielorussia. Entrambe ritenute delle “provocazioni” del regime bielorusso di Lukashenko. Intanto però, già sono già stati rinvenuti tre corpi senza vita al confine, mentre l’Ue ha approvato misure contro i Paesi che “favoriscono il traffico di esseri umani”.

In migliaia abbandonati alla frontiera – Secondo il governo polacco, Lukashenko starebbe conducendo una “guerra ibrida”, spingendo i migranti provenienti in prevalenza dal Medioriente, a superare la frontiera lunga 400 km che divide la Polonia dalla Bielorussia per fare pressione sull’Europa e ottenere lo stop delle sanzioni. Solo ad agosto sarebbero stati oltre 3mila i tentativi di passaggio – riporta la guardia di frontiera polacca – contro circa 120 in tutto il corso del 2020. “C’è stato un aumento dei tentativi di superamento del confine, soprattutto ad agosto – dice Kalina Czwarnóg, membro del consiglio direttivo di Ocalenie Fundacja, organizzazione che si occupa di rifugiati e migranti – ma 3mila non è un grande numero per fare pressione sull’Ue”.

Per chi si occupa di diritti umani, il punto della questione è un altro: la presenza di persone – tra cui minori – bloccate al confine senza riparo, cibo o assistenza medica, costrette a bere dai corsi d’acqua della foresta. È il caso di Usnarz Górny, cittadina polacca divenuta simbolo della questione. “Siamo andati lì – racconta – con un interprete di lingua farsi e un deputato dell’opposizione”. Un gruppo di 32 migranti provenienti dall’Afghanistan era bloccato sul posto da 11 giorni. “Nessuna delle guardie aveva parlato con loro – spiega – tanto che pensavano fossero iracheni. Alcuni non riuscivano neanche a stare in piedi per quanto fossero debilitati”.

Poi lo stato di emergenza e il divieto di accedere alla zona di confine per i non residenti, giornalisti e attivisti compresi. Dopo qualche giorno l’organizzazione fa sapere che tre persone sono state trovate morte al confine, sul lato polacco. La notizia – spiega Ocalenie in un comunicato – è arrivata dalla guardia di frontiera che non ha fornito maggiori dettagli. La gravità della situazione era infatti già stata confermata anche dall’Ufficio polacco per la prevenzione della tortura che aveva sottolineato “il trattamento disumano e degradante” dei migranti al confine a cui viene negata la possibilità – garantita dalla Costituzione nazionale e dall’Ue – di richiedere lo status di rifugiato.

Ma non solo afghani, anche siriani, iracheni, congolesi, camerunensi. “Quelle alla frontiera sono persone arrivate legalmente in Bielorussia, che fuggono da diversi Paesi e che spesso non sanno neanche di essere arrivate in Polonia”, spiega Piotr Skzypczak, dell’associazione per la protezione dei diritti umani Homo Faber a conferma della partecipazione bielorussa. Come più volte affermato dal governo conservatore, i migranti non arriverebbero al confine da soli, ma sarebbero accompagnati e sostenuti anche economicamente dal regime di Lukashenko. Così la Polonia, come anche la Lituania, ha deciso per l’applicazione di un provvedimento rimasto inutilizzato dagli anni del comunismo, oltre ad aver avviato i lavori di costruzione di una recinzione sul modello di quella ungherese.

Per far fronte alla questione e rispondere alle provocazioni bielorusse, anche la Commissione europea ha adottato una serie di misure che puntano a combattere il traffico di migranti contro le autorità che incoraggiano le partenze. Per farlo, Palazzo Berlaymont propone di sospendere l’accordo di facilitazione dei visti tra Ue e Bielorussia per i funzionari di Minsk. Lo hanno spiegato il vicepresidente della Commissione, Margaritis Schinas, e la commissaria per gli Affari Interni, Ylva Johansson, che aveva già sottolineato come la situazione al confine non fosse un problema di migrazione, ma parte dell’aggressione bielorussa per destabilizzare l’Ue. Intanto, la situazione è al limite nella striscia di terra – per ora isolata – ancora dentro i confini d’Europa, ed “è difficile immaginare anche quello che sarà dopo”, dice Czwarnóg.

La ‘scusa’ di Zapad – Nonostante lo stato di emergenza sia stato diramato per 30 giorni, il governo polacco ha incluso tra le motivazioni della sua decisione anche quella di una delle più grandi esercitazioni militari congiunte, tra Russia e Bielorussia, terminata il 16 settembre. “Un pretesto, probabilmente”, secondo Czwarnóg. L’esercitazione Zapad 2021 che ha visto coinvolte circa 200mila persone, si ripete ogni quattro anni e simula lo scenario di un attacco da parte dell’Occidente. Per l’organizzazione Ocalanie, Zapad “non ha nulla a che vedere con la situazione in corso”. Ma considerato il sempre più stretto legame tra Minsk e Mosca, il governo polacco teme un prolungamento della presenza militare russa alla frontiera anche dopo la fine della simulazione.

Le critiche: “Push back vietato dal diritto” – Alle persone non residenti è vietato l’ingresso nella zona interessata dallo stato di emergenza, giornalisti compresi. Questa disposizione ha attirato le critiche di opposizione e attivisti che già accusavano il governo di aver introdotto lo stato di emergenza fornendo motivazioni vaghe e in assenza di reali minacce, con l’obiettivo di impedire ai media di documentare il trattamento dei migranti da parte delle guardie di frontiera. In migliaia sono stati respinti, anche se avevano il diritto di richiedere la protezione internazionale. “Le autorità polacche stanno usando una procedura di push-back, vietata dal diritto internazionale”, sostiene Skzypczak. Racconta che per farlo la guardia di frontiera fa spesso un controllo superficiale delle persone che si trova davanti, magari senza neanche un interprete e conclude che queste non ha il diritto di restare in Polonia, quindi le spinge indietro. Dall’altra parte le autorità bielorusse fanno lo stesso. “Alcuni dicono che sparano a terra per spaventarli e rimandarli dall’altra parte del confine”, aggiunge. In un rimpallo continuo restano bloccate nella foresta.

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