I primi a comprenderne le potenzialità terapeutiche erano stati i ricercatoti del San Raffale di Milano, 18 mesi fa, nella fase più difficile della pandemia quando non c’erano vaccini e per arginare il Covid si utilizzavano farmaci approvati per altre patologie. Questo il caso dell’anakinra, un farmaco contro l’artrite che era stato utilizzato su 29 pazienti. Lo studio, che ne ipotizzava la potenziale efficacia, era stato pubblicato su The Lancet Rheumatology.

Ora un nuovo studio in doppio cieco, randomizzato e controllato, che cita il lavoro degli scienziati del San Raffaele e che hanno partecipato alla nuova ricerca, ha valutato l’efficacia e la sicurezza di anakinra. La percentuale di pazienti che si sono completamente ripresi ha superato il 50% e il numero di pazienti che sono rimasti gravi è stato ridotto del 54%. I risultati di SAVE MORE sono stati pubblicati su Nature e sulla base di questi dati l’Ema (Agenzia europea per i medicinali) ha iniziato il procedimento di valutazione per estendere le indicazioni dell’anakinra al Covid-19. Mentre proprio ieri l’Aifa ha dato il via libera all’utilizzo ospedaliero.

I medici hanno valutato anakinra in pazienti per polmonite a rischio di progressione verso l’insufficienza respiratoria. Lo studio è stato condotto in 37 ospedali (di cui otto italiani coordinati dall’Istituto Spallanzani di Roma) e ha coinvolto in totale 594 pazienti. Dal 23 dicembre 2020 al 31 marzo 2021, sono stati sottoposti a screening 1.060 e 606 sono stati randomizzati in 37 centri. Dodici pazienti hanno ritirato il consenso e hanno richiesto la rimozione di tutti i dati, lasciando una coorte di analisi dell’intenzione al trattamento finale quindi di 594 pazienti. Tutti i pazienti hanno ricevuto la cura standard; 189 pazienti sono stati assegnati al braccio placebo; e 405 pazienti sono stati assegnati al braccio anakinra.

Ad entrambi i gruppo è stato somministrato lo standard terapeutico tradizionale: cortisone, eparina e supporto respiratorio. L’uso del farmaco, scrivono gli autori nel paper, ha portato ad un beneficio clinico evidente dal giorno 14. Questo dato, scrivono gli autori, “è clinicamente importante perché i primi 14 giorni rappresentano il periodo durante il quale si prevede che un paziente peggiori”. Il beneficio è stato mantenuto fino al giorno 28. “La percentuale di pazienti che si sono completamente ripresi ha superato il 50%. Il riconoscimento precoce dei pazienti a rischio di progressione verso una malattia grave e l’inizio tempestivo di un trattamento mirato sono della massima importanza”.

Lo studio The Lancet Rheumatology

Lo studio su Nature

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