Il referendum sulla cannabis rischia di saltare. Peggio. Come ha scritto nel pomeriggio Marco Cappato: “Rischia di essere sabotato“. Nonostante il successo di partecipazione nella raccolta firme – il traguardo delle 500mila adesioni è stato raggiunto in una settimana – ora l’iniziativa promossa, tra gli altri, dall’Associazione Luca Coscioni, Meglio Legale e dai Radicali, è sul punto di fallire. Il motivo è molto semplice: a differenza degli altri referendum, per i quali c’è tempo fino al 31 ottobre per raccogliere le firme, la scadenza per quello sulla cannabis legale è stata fissata il 30 di settembre. Ma molti Comuni, che hanno l’obbligo di consegnare i certificati elettorali dei firmatari entro 48 ore dalla richiesta del comitato promotore, hanno comunicato che difficilmente riusciranno a farlo entro la data stabilita per la consegna in Cassazione.

E la politica, in queste settimane molto tiepida nei confronti del referendum, ha finalmente battuto un colpo. Lo ha fatto con due esponenti che ricoprono il ruolo di capigruppo in commissione Affari costituzionali alla Camera del Partito democratico e del Movimento 5 stelle, rispettivamente Stefano Ceccanti e Vittoria Baldino. E col deputato di Forza Italia – molto attivo negli ultimi tempi sui temi relativi ai diritti – Elio Vito. Tutti e tre, in sostanza, hanno chiesto il rispetto delle centinaia di migliaia di cittadini che si sono espressi a favore della consultazione. E hanno chiesto che il governo intervenga per prorogare la scadenza della raccolta firme.

“Governo responsabile se non interviene” – Chi ha puntato il dito, senza mezzi termini, contro l’esecutivo (in caso di silenzio) è stato Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni: “Stanno accadendo fatti di massima gravità sul piano istituzionale e costituzionale. Il governo Draghi ha nelle proprie mani la responsabilità di evitare questo scempio: eliminare la discriminazione contro il referendum concedendo la proroga di un mese, oppure concedere ai Comuni di produrre i certificati elettorali anche dopo il termine della consegna delle firme”. Con un’aggravante. E cioè che “se il presidente del Consiglio, la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, e la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, decidessero di non intervenire, si assumerebbero la responsabilità del sabotaggio del referendum e della vanificazione delle norme che ne hanno autorizzato la sottoscrizione per via digitale”.

I certificati elettorali mancanti – Questa mattina il comitato promotore ha denunciato il pericolo che corre il referendum che punta alla depenalizzazione della coltivazione davanti al ministero della Giustizia. “La velocità della firma online cozza con la burocrazia italiana – hanno detto Marco Perduca, Antonella Soldo, Riccardo Magi, Leonardo Fiorentini e Franco Corleone – giovedì notte sono scadute le 48 ore a disposizione delle amministrazioni comunali per restituire i certificati elettorali richiesti via pec”.

Questa la situazione, al momento: “A oggi, a fronte di 545.394 certificati digitali richiesti con 37.300 email certificate inviate ai comuni (ogni peccontiene dai 2 ai 20 nominativi) sono rientrate 28.600 email per un totale di circa 125mila certificati”. Molto meno, insomma, di quelli richiesti per il deposito in Cassazione e il successivo via libera. Il risultato, quindi, come ha dichiarato non senza preoccupazione Perduca, presidente del comitato, “è che il referendum è a rischio”. Gli organizzatori hanno rivolto anche un appello – a nome di chi ha sottoscritto il quesito – alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, affinché il governo si impegni a prorogare la scadenza, come succede per gli altri referendum, al 31 di ottobre.

L’appello dei partiti a Mario Draghi – Come detto, finora i grandi partiti, in tema di referendum, si erano nascosti. Nel pomeriggio, tuttavia, il dem Stefano Ceccanti ha detto che “vanno rigorosamente tutelati i diritti dei cittadini che usufruendo dello Spid hanno regolarmente firmato per il referendum cannabis”. “È un problema che il governo deve risolvere al più presto, visto che tutte le firme risulterebbero inutili se non si rispettano i tempi stabiliti”, ha aggiunto la collega dei 5 stelle Vittoria Baldino. Elio Vito, di Forza Italia, ha sottolineato in un intervento alla Camera come “non possono esistere referendum di serie A, per esempio quelli indetti dai grandi partiti o dalle Regioni, e referendum di serie B. Si consenta quindi il deposito delle richieste di referendum con i certificati allegati in tempo utile o, se i Comuni non sono in grado di fare questo, si sposti anche per il referendum sulla cannabis il termine al 30 ottobre. Se non è questa una situazione di emergenza istituzionale e di emergenza democratica, tale da richiedere l’intervento del governo con gli strumenti che la Costituzione gli concede in caso di necessità e urgenza, mi domando davvero dove altro si possa arrivare”.

Il referendum sulla cannabis legale era stato lanciato l’11 di settembre e in poche ore aveva già raccolto decine di migliaia di adesioni – anche grazie alla firma digitale – tanto che in una settimana aveva già superato la quota richiesta per legge per fissare la consultazione. Oltre all’Associazione Luca Coscioni, Meglio Legale e Radicali italiani, è stato promosso anche da Forum Droghe, Società della Ragione, Antigone e +Europa.

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