La Polonia dovrà versare 500mila euro al giorno nel bilancio europeo finché non interromperà l’estrazioni di lignite nella miniera di Turów, al confine con Germania e Repubblica Ceca. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione. La decisione di cessare ogni attività nel complesso risale al 21 maggio 2021 ed è giunta al termine di una dura battaglia del governo di Praga, contro il prolungamento al 2044 delle autorizzazioni per lo sfruttamento – altamente inquinante – delle risorse minerarie. Si è trattato del primo contenzioso tra due nazioni che abbia al centro l’ambiente. Varsavia però, come ribadito in più occasioni, considera la sua industria energetica “troppo dipendente dal carbone” – che soddisfa tra l’80% e il 90% del fabbisogno elettrico del Paese – e quindi non ha mai chiuso lo stabilimento. Dopo l’ennesima istanza, ora la Repubblica Ceca ha finalmente ottenuto ciò che chiedeva.

L’area di Turów – nella bassa Slesia, una delle zone più industrializzate della Polonia – è chiamata il triangolo nero. Non ha le dimensioni di Bełchatów – la più grande miniera d’Europa – ma impiega più di 3.500 lavoratori in tutta la filiera. Sin dagli anni 60 i suoi giacimenti carboniferi, vicino ai monti Sudeti, sono utilizzati per alimentare la vicina centrale di Bogatynia, con circa 7,5 milioni di tonnellate di lignite all’anno che forniscono energia a circa 3,7 milioni di persone. La concessione mineraria sarebbe dovuta scadere nel 2020, ma Varsavia aveva chiesto una proroga fino al 2044 senza presentare alcuna valutazione sull’impatto ambientale.

L’estrazione di combustibili fossili è però critica: la qualità dell’aria è nettamente peggiorata e agricoltura e allevamento non sono ormai quasi più possibili nelle zone circostanti. La questione più preoccupante è però quella dell’acqua. Le attività del complesso hanno infatti prosciugato le falde idriche di Frýdlant, cittadina turistica di 30mila persone in Repubblica Ceca. I macchinari pompano infatti l’acqua, necessaria nel processo di produzione della lignite, facendola fluire dal territorio ceco verso quello polacco. “La zona diventa sempre più secca” ha dichiarato il sindaco Dan Ramzer che insieme ai governanti di altri 18 comuni limitrofi ha deciso di presentare una vertenza a Praga e di insistere finché il ministro degli Esteri Tomáš Petříček non ha portato il problema in Europa. Dopo i negoziati fallimentari di febbraio 2020 e le vane richieste di chiarimenti è arrivato il ricorso – poi accolto dall’Unione – contro l’estensione delle concessioni.

Non si tratta soltanto di un problema regionale. La Polonia è infatti responsabile da sola del 10,3% delle emissioni di anidride carbonica in Europa – dicono i dati Eurostat – e nei suoi confini si contano più di 50mila morti ogni anno dovuti all’inquinamento ambientale. Sia dopo le dichiarazioni dei capi di governo – tra cui quelle del presidente Duda proprio alla Cop 24, la conferenza sul clima ospitata a Katowice nel 2018 – che dopo i continui passi indietro sul Green new deal, l’Unione ha sempre chiuso un occhio sulla politica climatica del paese. Ora però la sanzione di 5000mila euro segna una svolta: potrebbe essere solo la prima di una serie di misure con cui la Commissione europea tenterà costringere la Polonia ad azioni più incisive per contrastare il cambiamento climatico. Il caso Turów – sostiene la presidente Ursula Von der Leyen – rischia infatti di far saltare anche i 2 miliardi (dei 7, 5 totali) del Just Transition Fund, promessi al Cop 25 di Madrid nel 2019 per la giusta transizione ecologica dello Stato. Lo stesso denaro che Varsavia dovrebbe usare per chiudere 13 delle sue miniere a carbone e convertire entro il 2049 al nucleare almeno 6 delle centrali. Se questo primo provvedimento della Corte di giustizia avrà avuto effetti concreti, probabilmente si vedrà a breve: a fine settembre l’appuntamento con la Cop 26 a Glasgow.

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