E se il Mose non dovesse bastare più? E se il livello del mare crescesse così tanto da costringere ad innalzare per un periodo sempre più prolungato le paratoie progettate (e solo in parte realizzate) per difendere la Laguna di Venezia? Queste domande, che già i critici del Mose avevano posto qualche decennio fa, tornano di attualità alla luce di uno studio che viene pubblicato sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences. Lo ha redatto un gruppo di lavoro coordinato da ricercatori dell’Università del Salento, dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Secondo i ricercatori, che hanno analizzato dati storici ed eseguito proiezioni del mutare delle condizioni climatiche, entro il 2100 si può stimare un aumento del livello del mare compreso tra i 17 e i 120 centimetri.

Fonte: università Ca’ Foscari di Venezia

Una situazione drammatica per Venezia. Nella peggiore ipotesi il Mose dovrebbe restare in funzione quasi tutto l’anno. Con un aumento di 30 centimetri (dopo il 2040) il tempo di chiusura è indicato in 2-3 settimane, che in parte però sono già state raggiunte nel 2020, con una ventina di innalzamenti. A 50 centimetri di crescita del livello, la chiusura durerebbe due mesi, a 75 centimetri si arriverebbe a sei mesi.

“Per progettare le future infrastrutture di difesa per Venezia e altre città costiere, sarà cruciale stimare l’impatto delle emissioni sull’innalzamento del livello del mare durante questo secolo” scrivono i ricercatori. L’analisi considera “l’innalzamento del livello rispetto alla superficie terrestre solida locale, che risulta dalla subsidenza della superficie su cui sorge la città e dall’innalzamento del livello medio del mare”. Davide Zanchettin, docente a Ca’ Foscari, spiega come i margini di incertezza siano dovuti a una vasta gamma di scenari di emissione di gas serra, oltre che a una comprensione ancora incompleta dei processi, sia remoti che interni al Mediterraneo e all’Adriatico, che contribuiscono a far variare il livello del mare. Ad esempio, le dinamiche delle calotte polari. “Quando, come a Venezia, le aree a rischio sono prossime al limite superiore del ‘range’ della marea, qualsiasi evento meteorologico può essere pericoloso e causare allagamenti gravi – afferma Piero Lionello, professore all’Università del Salento – Piccoli contributi all’aumento del livello del mare possono determinare pesanti impatti”.

Nel breve periodo, quindi, la protezione di Venezia è affidata all’uso efficiente e tempestivo del Mose, che richiede una previsione di 4-6 ore rispetto al picco di marea. È un calcolo che ha effetti sulla sicurezza di Venezia, ma anche sulla agibilità del porto commerciale. Più le paratoie restano alzata, più Venezia rimane all’asciutto, ma allo stesso tempo il porto rischia chiusure lunghe, con danno ai traffici. Il professore Georg Umgiesser, uno dei principali autori dello studio, spiega: “Se le previsioni sono errate, l’utilizzo del Mose è errato. Ciò ha importanti conseguenze sia da un punto di vista economico che ecologico”.

Lo studio sostiene che se si verificheranno le condizioni meno favorevoli, “si prefigura la necessità di chiudere la laguna per quasi tutto l’anno a partire dal 2075”. Per questo il professor Lionello conclude: “Il livello del mare è una ‘brutta bestia’. Anche se fermassimo completamente il riscaldamento globale smettendo di utilizzare i combustibili fossili, il livello del mare continuerebbe a innalzarsi, seppur ad una velocità molto ridotta. Grazie a studi come questo, abbiamo le informazioni per identificare i rischi futuri per le città costiere come Venezia. Anche se non sappiamo esattamente quando, gli indizi attuali indicano che dobbiamo cambiare le nostre strategie di adattamento. È evidente che dobbiamo essere pronti ad agire”.

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