Un “aumento esponenziale dell’impunità anche per reati molto gravi” e la fine della “grande fase dei processi di mafia, aperta negli anni ’80 a Palermo per volere di Giovanni Falcone”. Secondo il consigliere del Csm Nino Di Matteo saranno queste le conseguenze della norma sulla improcedibilità (dopo due anni in Appello e uno in Cassazione, salve alcune eccezioni) contenuta nella riforma del processo penale. Intervenendo nel dibattito in plenum sul parere critico reso dalla sesta Commissione sul meccanismo – approvato con 16 voti a favore, 3 contrari e 4 astenuti dall’organo di palazzo dei Marescialli al completo – Di Matteo spiega che il meccanismo creerebbe “un enorme vantaggio per le organizzazioni mafiose” e la “mortificazione dei diritti delle parti offese”, alimentando “un diffuso senso di sfiducia dei cittadini verso la giustizia. I principi costituzionali come l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’obbligatorietà dell’azione penale – ha avvertito il pm antimafia – non possono arretrare di fronte a esigenze” come quelle legate ai fondi dell’Unione europea. E punta l’indice anche contro la norma che affida al Parlamento i criteri di priorità dell’azione penale, che definisce un “vulnus evidente” e uno “squarcio che apre la via a una chiara violazione della separazione dei poteri, dell’autonomia e indipendenza della magistratura e dell’obbligatorietà dell’azione penale”.

Il plenum ha ribadito anche i contenuti del (nuovo) parere reso martedì dalla sesta Commissione, questa volta – come chiesto dalla ministra Marta Cartabia – riguardante l’intera riforma e non solo il tema centrale dell’improcedibilità. In questo caso i voti favorevoli sono stati 17, le astensioni tre e c’è stato un solo voto contrario. Il documento si esprime in termini critici soprattutto sulla norma che affida al Parlamento la definizione dei criteri di priorità dell’azione penale: una previsione che per i consiglieri è in “possibile contrasto con l’attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato“, perché l’individuazione non potrà che rispecchiare “le maggioranze politiche del momento”. Sul tema dell’improcedibilità, invece, il Csm nota l’“irrazionalità” del sistema ibrido tra prescrizione sostanziale e processuale che entrerebbe in vigore, e manifesta “le più serie preoccupazioni in ordine alle conseguenze che potrebbero derivare, soprattutto in termini di ricadute pratiche per gli Uffici giudiziari, dall’approvazione della riforma prospettata”. Conseguenze che potrebbero essere “rilevanti e drammatiche” a causa della “situazione di criticità di molte delle Corti d’Appello italiane”.

Stamattina in un’intervista ad Avvenire il vicepresidente dell’organo, David Ermini, ha però smorzato i toni, precisando che le valutazioni critiche “lo sono in senso costruttivo“. Il parere, ha detto, “ci è stato richiesto dal ministro, e abbiamo fatto di tutto per discuterlo prima che il disegno di legge vada in Aula, per dare un contributo costruttivo al dibattito parlamentare. Quello del Csm intende essere un contributo non emotivo, ma ragionato, sulle criticità della riforma, nel rispetto delle prerogative del Parlamento”. Quanto al rischio di “drammatiche ricadute pratiche” sul lavoro delle Corti d’appello, Ermini conferma che il rischio c’è: “Ritengo che possano esserci importanti ricadute pratiche, i dati contenuti nel parere lo confermano”. Ma “spetta al legislatore – conclude – individuare le misure da proporre. Noi ci limitiamo a rendere pareri che possano contribuire a far funzionare la macchina del processo, evitando anomalie”.

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