La norma che affida al Parlamento il compito di stabilire i criteri generali di priorità dell’esercizio dell’azione penale è in “possibile contrasto con l’attuale assetto dei rapporti tra i poteri dello Stato“. È uno dei rilievi critici mossi dalla sesta Commissione del Csm nel parere sulla riforma Cartabia approvato martedì, e che giovedì 29 luglio, il giorno prima che il testo approdi in Aula alla Camera, andrà all’esame del plenum. Il nuovo testo è stato approvato con 5 voti a favore e uno contrario, espresso dal laico di Forza Italia, Alessio Lanzi, e andrà all’esame del plenum già giovedì prossimo, 29 luglio. L’individuazione dei reati che i magistrati dovranno perseguire – osservano infatti i consiglieri – “rispecchierà, inevitabilmente e fisiologicamente, le maggioranze politiche del momento”.

“L’improcedibilità? Avrà effetti drammatici” – Il documento torna anche sul tema dell’improcedibilità, già oggetto di un precedente parere licenziato dalla Commissione ma mai messo in votazione al plenum per l’intervento – successivo – della ministra Cartabia, che ha chiesto al Csm di esprimersi sull’intero testo. Le ricadute pratiche della ghigliottina temporale ai processi, scrivono i membri dell’organo di autogoverno, potrebbero essere “rilevanti e drammatiche” a causa della “situazione di criticità di molte delle Corti d’appello italiane”: i due anni imposti dalla riforma per concludere il giudizio d’appello, infatti, sono “sono largamente inferiori a quelli medi registrati negli ultimi anni, che oscillano tra i quattro e i cinque anni”. La previsione del termine di due anni per l’Appello e uno per la Cassazione, quindi “prorogabile solo in casi determinati e per tempo breve, finirebbe per non essere allineata neppure con il dato reale”: e pertanto “risulterebbe indispensabile, ove volesse comunque mantenersi fermo l’impianto complessivo dell’intervento normativo in tema di improcedibilità, considerare quanto meno termini più ampi, pari almeno a tre anni, congruamente prorogabili in modo da allineare la previsione normativa al dato reale registrato in molte realtà giudiziarie territoriali”.

Le “serie preoccupazioni” dei consiglieri – Più in generale, sottolinea il parere, l’improcedibilità determina determina “l’irrazionalità complessiva di un sistema: da un cantosterilizza il decorso della prescrizione con la pronuncia della sentenza di primo grado, allo scopo di non ostacolare l’accertamento del reato, l’eventuale ascrizione delle responsabilità e l’irrogazione della pena, dall’altro riduce drasticamente i tempi dell’accertamento attraverso l’introduzione di un istituto processuale che, al superamento di predeterminati termini nei gradi successivi del giudizio, paralizza l’azione penale, con ricadute, sul piano della punibilità, non dissimili da quelle derivanti dall’estinzione del reato per prescrizione e con effetti più radicali. In assenza di un consistente aumento degli organici del personale amministrativo e dei magistrati, di interventi nel settore di edilizia giudiziaria, dell’informatizzazione degli uffici e, ancor più a monte, di deflazione della materia penale attraverso una razionale opera di depenalizzazione, le ricadute della riforma risulteranno di insormontabile gestione per gli uffici, soprattutto per quelli più gravati”, è la denuncia. Per questo “il Consiglio manifesta le più serie preoccupazioni in ordine alle conseguenze che potrebbero derivare, soprattutto in termini di ricadute pratiche per gli Uffici giudiziari, dall’approvazione della riforma prospettata”.

Il precedente (mai arrivato in plenum) – Il primo documento, approvato dalla Commissione il 22 luglio scorso, bocciava proprio il meccanismo che fa morire i processi se non si concludono entro in due anni in Appello e uno in Cassazione, cuore della riforma. Quel parere avrebbe dovuto essere votato dal plenum – l’organo al completo – il giorno 28, ma non è stato calendarizzato su impulso del presidente della Repubblica: che ha suggerito al Csm l’opportunità di “posticipare – anche soltanto di pochi giorni – l’iscrizione della pratica all’ordine del giorno affinché il Consiglio dia il proprio parere sul complesso della riforma, così da consentire al Parlamento di avvalersi di un’approfondita e completa valutazione tecnica”. Dopo non aver chiesto alcun parere sulla sua riforma, infatti, la guardasigilli aveva deciso di avvalersi del contributo del Csm proprio il 22 luglio, lo stesso giorno in cui la sesta commessione aveva votato a larga maggioranza un parere negativo sull’improcedibilità .

Ermini: “Discussione giovedì” – Una mossa che avrebbe rischiato di allungare i tempi: col paradosso che il Csm avrebbe approvato il suo parere solo dopo il via libera del Parlamento alla riforma. Il vicepresidente David Ermini, invece, ha annunciato che il nuovo testo potrebbe arrivare al plenum giovedì per la discussione e il voto finale. “Ho mandato la richiesta di assenso per potere inserire la discussione sul parere sul penale all’ordine del giorno di giovedì”, ha detto Ermini, in apertura della seduta odierna, dedicata al processo civile. Su questo fronte, invece, la discussione è stata rinviata a settembre, considerati anche i tanti emendamenti presentati al testo e che non c’è un’urgenza dettata dall’iter paralmentare della riforma.

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