Il Consiglio dei ministri prova a fermare il taglio del Parco del Velino. Dopo che il Consiglio regionale dell’Abruzzo aveva approvato una legge che prevedeva il ridimensionamento dei confini del Parco naturale regionale con una riduzione di 10mila ettari (un quinto dell’intero parco), il Cdm, su proposta del ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Mariastella Gelmini ha deciso di impugnare la norma “Nuova disciplina del Parco naturale regionale Sirente Velino e revisione dei confini”, in quanto le “disposizioni si pongono in contrasto con la normativa statale in materia di aree naturali protette e in materia di ordine pubblico e sicurezza”. A darne notizia è la Stazione ornitologica abruzzese (Soa) che nei mesi scorsi aveva scritto alla presidenza del Consiglio dei ministri, sollecitando, appunto, che il provvedimento – ritenuto dannoso ed anacronistico – venisse bloccato e portato all’attenzione della Corte Costituzionale, come è ora avvenuto.

In una nota anche Legambiente ha comunicato come la loro richiesta – avanzata lo scorso 19 maggio – “ha trovato ragione nel governo che ha impugnato la norma taglia Parco”. Ora l’associazione ambientalista chiede che si lavori per trasformare il parco Sirente Velino in un Parco nazionale. Si tratta di “un’area fondamentale per la tutela delle specie a rischio” si legge nella nota che sottolinea come servano più “territori protetti per frenare la perdita della biodiversità e ridurre gli effetti dell’emergenza climatica in corso”. Legambiente specifica poi come la scelta del taglio di un quinto del parco sia anacronistica e in contrasto con le norme nazionali e con gli obiettivi dell’Ue definiti anche nel programma Next Generation EU. “Questa impugnativa rappresenta una sonora bocciatura per la Regione Abruzzo e anche di chi, appena nominato al vertice del Parco, ha rivendicato la giustezza e la necessità della riduzione del perimetro. Se ne prenda atto e lavoriamo per la trasformazione del Sirente Velino in Parco Nazionale” conclude la nota dell’associazione.

Secondo la maggioranza, le ragioni della Regione Abruzzo, a guida centrodestra vanno ricercate nei “disagi socio-economici e conseguentemente demografici, lamentati nei territori, come diretta conseguenza della loro totale inclusione nel perimetro dell’area protetta”. Con l’unica opposizione del M5s, il 18 maggio scorso il Consiglio aveva adottato la norma, generando non poche contestazioni e polemiche. La Soa aveva subito avvisato la giunta regionale delle criticità del provvedimento, in netto contrasto con i principi costituzionali e con le misure di conservazione della fauna protetta a livello comunitario. Ma era stato “tutto inutile”, per questo il 29 giugno la Stazione ha deciso “tirare in ballo il governo”. L’augurio è che adesso la Regione torni sui suoi passi e ripristini i confini del Parco prima della delibera della Consulta. Ma al di là dei principi che la norma viola, per gli ambientalisti “la questione è nel merito: nel 2021 “non si può tagliare un parco”, soprattutto se il territorio è sempre più cementificato e impoverito, come dimostrano i dati Ispra sul consumo del suolo e la vulnerabilità della zona a frane, alluvioni e perdita di biodiversità”. “Di fatto le scelte della Regione sono equiparabili ad un’attività di pianificazione di quel territorio, processo che necessita di una valutazione ambientale adeguata e non certo delle quattro paginette con cui l’assessore ad un certo punto si è presentato al Consiglio Regionale per sostenere “tecnicamente” la bontà della norma” conclude la Soa.

Eppure la proposta di legge dell’assessore all’Ambiente, il leghista Emanuele Imprudente, era presentata come necessaria alla “transizione ecologica”, facendo emergere “le condizioni dei piccoli comuni montani”. Il Parco regionale – istituito nel 1989 – ha già subito tre riduzioni, nel 1998, nel 2000 e nel 2011. L’ultima, la legge approvata dalla giunta regionale e adesso impugnata dal Cdm è passata solo grazie all’applicazione della clausola d’urgenza, prevista dal regolamento consiliare che ha permesso alla maggioranza di non discutere gli oltre 10mila emendamenti presentati dal M5s.

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