Del tutto inconsapevole di somigliare oltremodo a Michael Stipe dei Rem, Stefano Pioli parla subito di Ivan Gazidis, l’amministratore delegato del Milan colpito da un tumore alla gola. “Tutto il Milan fa il tifo per lui. La sua forza è la nostra forza, siamo orgogliosi di far parte della sua famiglia. Guarirà e non vediamo l’ora di riaverlo con noi”. Colto e pensoso, Pioli è uno strano ufo nella galassia del calcio.

Sarà una stagione difficile.
Stare al Milan mi rende felice e ho molto entusiasmo, che è la molla per migliorarsi.

Quindi sei sereno?
Al contrario: sono preoccupato, ma lo sono a prescindere. L’allenatore deve sempre essere preoccupato.

Obiettivo di questa stagione.
Siamo il Milan e non ci dobbiamo porre limiti. Sarà difficilissimo, perché sette squadre lotteranno per quattro posti. Ma gli ostacoli sono troppo alti solo per chi non ha ambizioni abbastanza forti.

Come sboccia il tuo Milan?
Stranamente la scintilla tra di noi è nata nelle riunioni zoom durante il primo lockdown. Ci siamo dati il tempo di conoscerci, abbiamo parlato delle nostre vite. Non solo di calcio. Ed è nato il gruppo.

Amici?
No, amici no. Non siamo amici: siamo appartenenti a un’idea di valori comune.

Hai visto Berrettini a Wimbledon?
Certo. Di lui mi è piaciuto tantissimo lo sguardo da ragazzo determinato, sereno, positivo e voglioso. Una bella faccia.

E la Nazionale?
La chiave del trionfo sono gli occhi dei giocatori che guardavano Mancini e si guardavano tra loro: lo stesso sguardo di Berrettini. È in quel modo che hanno vinto. Hanno rappresentato al meglio l’Italia. E abbiamo esultato tutti, perché ci siamo sentiti partecipi di una cosa bella.

Ci rivedi il tuo Milan in quegli sguardi?
In piccolo sì. Sento che c’è empatia, forse addirittura un po’ di magia tra noi.

Kjaer ha salvato la vita a Eriksen.
Io lo conoscevo già il valore di Simon. È un uomo di intelligenza e sensibilità rare, e ha usato quelle qualità per salvare un amico. È stato lucido e “preciso” anche in un frangente così drammatico.

Anche tu hai vissuto una scena simile. 1994, Fiorentina-Bari.
Ebbi un arresto cardiaco dopo uno scontro di gioco. Non mi ricordo niente e quelle immagini ho avuto il coraggio di rivederle soltanto molti mesi dopo.

Le prime pagine sono quasi sempre per i tuoi colleghi: Allegri, Spalletti, Mourinho, Sarri. Mai per te.
Onestamente non mi interessa. È vero che non ho vinto niente, ma – per dirne una – salvarmi il primo anno di carriera con la Salernitana ha significato essere vincente. È stato da vincenti fare 51 punti col Bologna, è stato da vincenti arrivare ottavi con la Fiorentina. E la minore attenzione è uno stimolo per migliorarmi. Le prime pagine, ancor più in questo periodo, lasciano il tempo che trovano: ognuno pensa di vincere e di avere preso il miglior allenatore del mondo, ed è giusto così.

La tua carriera contempla belle stagioni ed esoneri.
L’unico rimpianto che ho è il secondo anno alla Lazio. Invidio i miei colleghi giovani che hanno già imparato tutto: io no. Ho avuto bisogno di tempo per crescere. E ho dovuto anche sbagliare per migliorare, proprio come questo Milan. Quell’anno alla Lazio si verificarono dinamiche che cercai di “gestire”, quando invece avrei dovuto decidere risolutamente. Oggi saprei farlo, all’epoca no.

4 marzo 2018. La tua vita cambia.
La morte di Davide (Astori)… sono un allenatore che impronta tutta la sua gestione sul confronto e sul dialogo con i suoi giocatori. Quella tragedia mi ha fatto capire che i calciatori sono anzitutto uomini. Sono dovuto entrare nelle loro teste. Ad uno ad uno ho dovuto raccontargli che il medico, alle 9 del mattino, mi aveva detto che Davide non c’era più. Ho passato tutti i mesi successivi ad aiutarli a elaborare quella scomparsa. In certi momenti devi andare in profondità. Conta la tecnica, conta la tattica, ma è ancora più importante la componente mentale.

Un tasto su cui batti spesso.
Passa tutto da lì. L’Italia ha vinto gli Europei per quegli occhi: per quello spirito di gruppo. Non vinci con la tattica. Vinci mettendo da parte l’”io” e anteponendo a tutto il “noi”.

Quanto ti ha aiutato Ibra?
Tanto. Ibra è un esempio in tutto quello che fa. Non ci sta a sbagliare neanche un passaggio nel torello. Pretende il massimo da se stesso e dagli altri. Zlatan e Simon (Kjaer) hanno cambiato la squadra non solo in senso tecnico, ma anche e soprattutto in senso morale. Se hai spessore fuori dal campo, ce l’hai anche in campo. E a quel punto “contamini” positivamente tutto il gruppo che hai attorno.

Da calciatore hai giocato con Platini e Baggio.
I compagni più forti che ho avuto. Con Michel ero un ragazzino, avevo 18 anni e venivo dal Parma in serie C. C’erano Scirea, Cabrini, Paolo Rossi. Mi sentivo più un tifoso che un compagno. Quella Juve è stata una palestra di vita unica. Platini era un campione incredibile, che ha avuto l’unica sfortuna di capitare nel decennio di Maradona. Ne ha sempre sofferto.

E Baggio?
Te la dico grossa, ma lo penso davvero: il Roberto che ha giocato con me, stagione 89/90, valeva Maradona. Il nostro schema, come difensori, era facilissimo: recuperavamo palla, la passavamo a Dunga che la passava a Roberto, e poi andavamo tutti ad abbracciarlo dopo il gol.

Lo schema di Pelé in Fuga per la vittoria: “Voi passatemi la palla, poi ci penso io”. Eravate amici?
Amici no, Roberto abitava a Sesto Fiorentino ed io avevo già figli. Vite diverse, ma un bel rapporto sì. Roberto era un ottimo compagno di squadra e un ragazzo sensibile, che sentiva tutto l’affetto della città e della squadra.

A fine stagione, quella in cui la Fiorentina perse la finale di Coppa UEFA con la Juve, Baggio diventò bianconero. E Firenze esplose.
Lo ricordo bene. Ero nel mezzo: letteralmente. In semifinale UEFA col Werder Brema mi ero rotto i legamenti del ginocchio. Nei giorni degli scontri ero ricoverato a Villa Donatello, proprio a metà tra la sede viola di Piazza Savonarola e la villa dei Pontello. Scenario surreale.

Con la Juve hai vinto l’Intercontinentale subentrando a Scirea.
Il ricordo più bello che ho da calciatore, insieme al gol che realizzai a 18 anni col Parma e che ci fece vincere il campionato. L’avversario in finale era l’Argentinos Junior di Borghi, che poi approdò (per poco) al Milan. Tokyo, eravamo lì da una settimana per smaltire il fuso orario. Tutto lo stadio pieno di quelle trombette. Non si sentiva niente. Partita difficile, gol annullato a Platini. Vincemmo al quinto rigore. Trapattoni mi aveva detto che avrei tirato il sesto, per fortuna non ci siamo arrivati.

Eri anche all’Heysel.
Avevo il piede ingessato per la rottura del metatarso. Uno dei miei tanti infortuni. Ero in tribuna e vidi i primi scontri sugli spalti. A quel punto ci portarono negli spogliatoi. Ho visto la partita a fianco della panchina. Le notizie non arrivavano e facevamo quello che ci dicevano. Credevamo che avrebbero interrotto tutto a fine primo tempo, con l’arrivo dell’esercito chiamato a dividere le tifoserie. Alla fine ci dissero di fare il giro d’onore e, quando rientrammo in hotel, pensavamo davvero che quella partita non contasse e che ce l’avrebbero fatta rigiocare. Fu una tragedia enorme, di cui noi non fummo pienamente consapevoli fino al giorno successivo.

Da giocatore aderiresti al Black Lives Matters?
Sì. Mi inginocchierei. Assolutamente sì.

Cosa vorresti che dicessero di te quando smetterai di allenare?
Che ho migliorato molti dei giocatori che ho avuto a mia disposizione.

(questa intervista è la versione più lunga di quella pubblicata nell’edizione odierna de Il Fatto Quotidiano)

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