Rilasci ‘eccellenti’, il granitico regime egiziano rimette in libertà giornalisti, avvocati e politici. Anche l’Italia adesso può sperare per il ‘suo’ Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna ormai in cella da 530 giorni. È stato un fine settimana difficile da dimenticare per tutti i difensori dei diritti umani nel Paese nordafricano. Premiati gli sforzi e le campagne per spingere le autorità del Cairo a liberare prigionieri in cella da oltre due anni in attesa di giudizio o con accuse risibili.

È il caso, in particolare, di due donne, la giornalista Esraa Abdel Fattah, rimessa in libertà sabato pomeriggio dopo oltre venti mesi di carcere, e l’avvocatessa Mahinour al-Masry arrestata nel settembre 2019, tornata nella sua casa ieri. Nel complesso in questo week-end sono stati rimessi in libertà sei detenuti che l’informazione egiziana chiama di ‘alto profilo’. Oltre a Abdel Fattah e al-Masry la buona sorte è toccata ai giornalisti Mostafa al-Asar, Moataz Wadnan (per i due la detenzione in attesa di giudizio è addirittura stata allungata per 40 mesi, quasi il doppio del limite legale) e Gamal al-Gamal, oltre al vice capo del Partito Socialista dell’Alleanza Popolare, Abdel Nasser Ismail.

Per tutti loro le porte delle carceri si sono definitivamente aperte dopo il trasferimento nella sede centrale della Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, nel popoloso quartiere di Abbasyia. Le due donne, assieme a Solafa Magdy, altra giornalista rimasta in cella per quasi due anni e rilasciata ad aprile, all’inizio del 2021 avevano promosso un’azione congiunta, denunciando le condizioni della loro prigionia nel carcere femminile di al-Qanater, a nord-ovest del Cairo. Le tre detenute avevano descritto nei minimi dettagli abusi, maltrattamenti e violenze commessi da alcuni ufficiali della National Security Agency. Ora sono tutte tornate ai loro affetti e le scarcerazioni sono state particolarmente festeggiate sulla rete social delle organizzazioni che si battono per la tutela dei diritti in Egitto. Tra i messaggi di gioia e condivisione anche uno di speranza, a postarlo Marise Zaki, la sorella di Patrick: “Bellissime notizie, vorrei che ne facesse parte anche mio fratello”, ha detto.

Certo, adesso l’ottimismo cresce per lo studente egiziano come per altre decine, centinaia di detenuti per reati di coscienza arrestati negli ultimi anni dal regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi. La retata più consistente è quella messa in atto all’inizio dell’autunno del 2019 e tra poco le detenzioni di molti avranno raggiunto e superato i due anni canonici, limite fissato dalla legge egiziana per la carcerazione senza giudizio. Patrick Zaki tra due settimane arriverà a 18 mesi precisi.

Fino a qui le buone notizie. Non si può dire lo stesso per Ahmed Samir Santawi che ha ormai raggiunto il limite del primo mese di sciopero della fame. A differenza di Zaki, la Corte penale del Cairo a giugno ha condannato Santawi a una pena di 4 anni per una manciata di post su Facebook. Le sue condizioni di salute sono preoccupanti e tengono in ansia i genitori e la fidanzata, Souheila Yildiz.

E lunedì mattina è arrivata anche la notizia dell’arresto di Abdel Nasser Salama, in passato direttore del principale quotidiano egiziano al-Ahram, prelevato dopo la pubblicazione di un post sulla sua pagina Facebook in cui esortava il presidente egiziano a dimettersi per una presunta cattiva gestione di uno scottante dossier di politica estera, quello della maxi-diga etiope che ridurrà la portata d’acqua del Nilo a disposizione dell’Egitto. La Procura generale ha deciso di porre Salama in custodia cautelare in carcere per 15 giorni con l’accusa di adesione a un “gruppo terroristico” e la “pubblicazione di false informazioni”.

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