La direttiva europea sulle energie rinnovabili (Red) sarà presto modificata, ma i cambiamenti previsti nelle bozze non sembrano sufficienti a garantire che l’utilizzo di biomassa legnosa (legna e pellet) sia causa di distruzione e degrado delle foreste europee. Cosa che sta già avvenendo. Per dire “basta alle fase rinnovabili”, alla vigilia della presentazione, da parte della Commissione Ue, del Fit for 55 Package sul clima che contiene anche la revisione della Direttiva su energie rinnovabili e dei criteri sulla bioenergia, Greenpeace Paesi Bassi pubblica uno studio commissionato al Center for Research on Multinational Corporations (SOMO), secondo cui le norme Ue e i sussidi nazionali che incoraggiano l’uso di biomassa legnosa per soddisfare gli obiettivi di energia rinnovabile stanno causando la distruzione delle foreste europee e che le modifiche contenute nelle bozze finora trapelate non vanno al cuore del problema.

Secondo la ricerca, se teniamo conto di deforestazione e degrado forestale, l’uso di biomassa prelevata direttamente dalle foreste e destinata alla produzione di calore ed energia su larga scala ha un impatto climatico spesso paragonabile a quello dei combustibili fossili. Lo studio analizza, in particolare, il caso dell’Estonia, secondo esportatore europeo di pellet a uso energetico dopo la Lettonia, mostrando come i criteri adottati dalla Ue non siano sufficienti per fermare la perdita di biodiversità dovuta alla deforestazione. Secondo il rapporto Graanul Invest, il più grande produttore di pellet d’Europa con sede proprio in Estonia, è implicato nella distruzione di foreste ricche di biodiversità, con il prosciugamento di torbiere e il taglio degli alberi lungo sponde fluviali che hanno conseguenze gravi sulla conservazione del suolo. E l’Italia è tra i principali importatori di legno estone insieme a Paesi Bassi, Belgio, Danimarca e Regno Unito.

BRUCIARE LEGNO PER PRODURRE ENERGIA – Secondo il Joint Research della Commissione Ue, negli ultimi due decenni l’uso del legno nell’Ue è cresciuto, così come la quantità di legno che viene bruciata per produrre calore ed elettricità. Ad oggi, infatti, almeno la metà di tutto il legno raccolto in Ue viene bruciato per produrre energia e solo la metà di questo legno è composta da residui e rifiuti, mentre almeno un quinto proviene da alberi interi tagliati dalle foreste proprio per questo scopo. Tra il 2016 e il 2020, la combustione di biomassa per l’energia è aumentata del 40% e gli Stati membri vorrebbero andare ancora oltre, aumentando la combustione di biomassa almeno del 18% per la produzione di energia e del 10% per la produzione di calore (riscaldamento). Anche i sussidi per sostenere la produzione di energia da biomasse sono aumentati in modo significativo dal 2009. Nel periodo 2015-2017 è aumentato il valore complessivo delle agevolazioni previste per l’utilizzo di biomasse solide a fini energetici, in particolare in Italia (+607 milioni di euro), Regno Unito (+255 milioni di euro) e Paesi Bassi (+88 milioni di euro). Nel 2017, 15 Stati membri dell’Ue (tra cui l’Italia), hanno speso più di 6,5 miliardi di euro per sovvenzionare direttamente la bioenergia.

GLI EFFETTI SULLE FORESTE – Ma l’aumento della domanda di pellet e legna da utilizzare per produrre calore ed energia su larga scala sta riducendo la capacità delle foreste europee di assorbire e immagazzinare carbonio. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature mostra che, in tutta Europa, la quantità di legno rimossa dalle foreste è aumentata del 69% nel periodo 2016 – 2018 rispetto al periodo 2011 – 2014, in parte proprio grazie alla crescente domanda di legno per la produzione di energia. “Non possiamo combattere i cambiamenti climatici abbattendo alberi per bruciarli” spiega Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia, secondo cui “i governi nazionali devono smettere di sovvenzionare la distruzione delle foreste”.

IL CASO DELL’ESTONIA – I Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), ricchi di foreste, stanno invece vivendo un boom della produzione di pellet per uso energetico, destinato principalmente all’esportazione in altri paesi Ue, con gravi conseguenze per le foreste e il clima. Nel 2020 l’Italia ha importato 24mila tonnellate di pellet dall’Estonia. Vista la grande richiesta di pellet, il governo estone ha rilasciato permessi di disboscamento per 82mila ettari di foresta (l’equivalente di 115mila campi da calcio) di cui fanno parte anche habitat protetti e siti di interesse comunitario inclusi nella rete Natura 2000. Un rapporto stilato dallo stesso governo estone conferma che, se le politiche forestali non verranno modificate, nel 2035 la capacità di assorbimento di carbonio delle foreste del Paese sarà meno della metà rispetto al 2015. Nel 2018, la direttiva Red ha introdotto diversi criteri che dovrebbero garantire la sostenibilità del crescente utilizzo di biomasse, ma spesso non vengono rispettati o sono estremamente limitati. Lo studio commissionato da Greenpeace ha rilevato infatti che, anche se la direttiva impone a Paesi o regioni da cui proviene la biomassa politiche in grado di garantire che “la raccolta del legname venga effettuata tenendo conto del mantenimento della qualità del suolo”, in soli 5 anni in Estonia sono state disboscati almeno 54 chilometri di sponde fluviali e zone ripariali, su terreni appartenenti a filiali di Graanul Invest. E anche se il legno destinato alla produzione di energia e calore non dovrebbe provenire da foreste primarie e vetuste protette, è pur vero che queste rappresentano solo il 3% di quelle europee. Nonostante la grande capacità di accumulare CO2, anche le torbiere restano escluse dai criteri Red di sostenibilità. Indagini realizzate sui terreni di Rmk, l’azienda statale che gestisce le foreste estoni, nonché fornitore regolare di Graanul Invest, hanno mostrato un grave degrado delle torbiere.

LA REVISIONE IMMINENTE – Dai documenti trapelati nelle ultime settimane, pare che la Commissione stia valutando di introdurre nuovi criteri per escludere la biomassa proveniente da foreste primarie e altre foreste “dove non vi è alcun segno visibile di attività umana e i processi ecologici non sono significativamente disturbati” e “materie prime ottenute da terreni identificati come torbiere a partire da gennaio 2008”. Ma per Greenpeace “limitarsi ad aggiungere qualche criterio riguardante la provenienza e la modalità di raccolta della biomassa o per includere alcune aree protette dalle quali non è consentito l’approvvigionamento di biomassa non è sufficiente”. Così l’organizzazione chiede un intervento più drastico: non considerare “energia rinnovabile” quella generata dalla combustione di legna prelevata direttamente dalle foreste (biomassa primaria)”, il sostegno della combustione di residui derivati dalla produzione di prodotti in legno o in legno post-consumo (biomassa secondaria) “solo se questi scarti e prodotti non possono essere riutilizzati diversamente” e più ambiziosi obiettivi per l’assorbimento del carbonio e la mitigazione dei cambiamenti climatici nelle attività legate all’uso e al cambio di uso del suolo e alle attività forestali. Obiettivi che, per evitare il greenwashing e le false soluzioni, “dovranno essere trattati separatamente da quelli di riduzione delle emissioni di gas serra”.

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