Da allenatore dell’altra squadra della città, Tito Cucchiaroni va a vedere il Bartolomé Mitre, il club rivale di cui è tifoso da sempre. In tribuna nell’impianto di Posadas è seduto accanto ai dirigenti locali, amici suoi. Nell’intervallo della gara, Tito si sente male. Non fanno neanche in tempo a portarlo in ospedale, il suo cuore si è fermato per sempre. Cucchiaroni ha 43 anni e oggi ne sono passati esattamente 50 da quel 4 luglio 1971.

Cucchiaroni è stato un idolo della città argentina non distante dal confine con il Paraguay, ma soprattutto un calciatore che ha saputo con il suo modo di giocare, classe e grinta sudamericane, entrare nei cuori dei tifosi sampdoriani. A lui è dedicato il primo gruppo ultras della storia del tifo in Italia. E grazie a quelle bandiere sventolate in ogni stadio è diventato un’icona popolare del calcio italiano. Quando nascono gli Ultras Tito Cucchiaroni nel 1969, l’ex blucerchiato è ancora vivo ed è tornato a vivere a Posadas. Alcuni giovani tifosi sampdoriani usano per la prima volta in Italia il termine ultras e poco dopo lo associano all’ala argentina che aveva in precedenza entusiasmato Marassi. Infatti dopo aver spostato la sede nel club Tito Cucchiaroni che stava in quei giorni chiudendo, i ragazzi hanno preso in prestito da chi aveva lasciato loro lo spazio anche il nome, diventando appunto Ultras Tito Cucchiaroni.

Alla Sampdoria Tito era arrivato nel 1958 dal Milan, che a sua volta lo aveva acquistato dal Boca Juniors. Con i rossoneri le sue annate sono buone (vince uno scudetto con Gipo Viani in panchina), ma quando arriva al Doria ha già passato i 30 e sembra addirittura più vecchio della sua età, per via dei capelli sempre più radi e di una vita anche fuori dal campo senza il freno a mano tirato. La squadra veniva da un campionato mediocre, eppure lui si inserisce subito sia in campo che in città. Segna 10 gol portando la formazione ad un ottimo quinto posto. Nel 1961 i blucerchiati arrivano quarti e per qualche mese pensano persino al titolo. È l’anno in cui la società vende durante la stagione l’estrosa ala Bruna Mora alla Juventus, che poi porterà a casa lo scudetto.

Nell’estate del Cucchiaroni 1963 decide di tornare a vivere in Argentina, nella città in cui è nato. Nel frattempo si è innamorato di Edda Garlando, una donna che provava a cercare la sua strada nel mondo dello spettacolo. Edda però in Argentina resistette poco. Tito ama il futbol, gioca un’ultima stagione con il Mitre, dove aveva in passato fatto le giovanili e aveva esordito in prima squadra. Gli piace vivere la notte, bere un bicchiere di whiskey e il gioco. I soldi guadagnati non sono così tanti. Si mette a fare l’allenatore, inizialmente con la squadra del cuore poi con i rivali cittadini del Guaraní Antonio Franco. Con Enrique “Gallego” Garcia sono diventati amici da ragazzi, se ne sono andati insieme a Buenos Aires per giocare con il Tigre. Una volta tornato a Posadas è con lui che fa coppia fissa in panchina. Oggi esiste una scuola calcio Tito Cucchiaroni fondata da Jorge Garcia, il figlio del Gallego, e Atilio Hahn Delvalle.

Quando Tito passò al Guaraní, allenava la squadra di giorno e alla sera andava nell’altra sede a condividere momenti divertenti con dirigenti e tifosi. Tirar mattina non era mai difficile. Qualche mese prima della morte aveva avuto un malore al campo sportivo. Non si era preoccupato più di tanto. Intorno al Duemila dall’Italia hanno indagato sulla sua scomparsa, mettendola in relazione ad altri decessi di compagni della sua Sampdoria per colpa della terribile Sla. Tito di nome faceva Ernesto Bernardo, era figlio di un italiano e di un’argentina. Aveva altri sette fratelli, nessuno oggi è rimasto in vita. La casa dove viveva la famiglia a Posadas entro un anno verrà venduta dagli eredi.

Due nipoti, figli di Carlos, il fratello più piccolo di Tito, vorrebbero invece trasformarla in una fondazione perché in città e nel mondo non venga dispersa la memoria dello zio. “Mi dispiacerebbe molto vedere demolita la casa dove è nato Tito – dice José Enrique Cucchiaroni a Ilfattoquotdiano.it – ne farebbero un palazzo con abitazioni e uffici. Io e mia sorella invece vorremmo diventasse un centro di riabilitazione per atleti, un museo e un luogo per aiutare i giovani del Club Mitre a farsi strada nello sport e nella vita. Spero che anche gli Ultras della Sampdoria in qualche modo ci aiutino”.

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