Protestano da giorni i detenuti del carcere di Taranto all’interno del quale è stato scoperto un focolaio di Covid che ora rischia di esplodere. Sono ben 36 gli ospiti risultati positivi al tampone e altri 30 sarebbero a rischio per i contatti diretti avuti con compagni di cella e i cosiddetti “detenuti lavoranti”. La preoccupazione tra gli addetti ai lavori è altissima perché l’istituto penitenziario di Taranto è tra quelli più sovraffollati d’Italia: 689 detenuti a fronte di una capienza massima di 304 persone. Oltre il doppio, in sostanza, a cui vanno aggiunti 310 agenti di polizia penitenziaria e 33 persone tra amministrativi ed educatori.

Ma non è tutto. Il carcere ionico deve fare i conti in queste settimane anche con l’assenza del dirigente sanitario: la dottoressa Fernanda Gentile – come riportato dal Nuovo Quotidiano di Puglia e da La Voce di Manduria – ha rassegnato le dimissioni per protestare contro l’abbandono da parte dell’Asl ionica. Gentile, nonostante le numerose richieste di sostegno inviate all’azienda sanitaria, non avrebbe mai ottenuto risposta e così all’interno della struttura ci sarebbero solo quattro medici invece degli undici previsti.

La situazione, quindi, è particolarmente delicata. I detenuti colpiti dal virus sono quelli ospitati nell’ala di alta sicurezza, isolata rispetto alle altre zone, ma la positività di detenuti lavoranti, a cui quindi è concesso muoversi all’interno della struttura, potrebbe far deflagrare il contagio. Ed è anche per questo che da qualche giorno la direttrice Stefania Baldassari ha bloccato la mensa interna e i pasti sono arrivati dall’esterno.

Il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, si dice “molto preoccupato” non solo per la situazione sanitaria, ma anche perché il carcere di Taranto è stato presidiato da pattuglie delle forze dell’ordine, dato che al suo interno sarebbero presenti “molti pericolosi detenuti appartenenti a clan contrapposti che potrebbero sfruttare questa situazione emergenziale per destabilizzare ancora di più il penitenziario”. Il segretario regionale Federico Pilagatti, in una nota alla stampa, ha chiesto “come mai la rete dei controlli sanitari all’interno del carcere di Taranto, che finora ha tenuto bene se confrontato con le altre carceri della regione, si è improvvisamente rotta, dando il via a questo pericoloso focolaio? Cosa non ha funzionato nella gestione della situazione, considerato che il dirigente sanitario avrebbe dato le dimissioni dall’incarico?”.

Al centro delle polemiche è finita la Baldassari che da anni guida la struttura finita diverse volte agli onori della cronaca. A marzo scorso, infatti, sono state emesse le prime condanne nei confronti di detenuti che avevano trasformato il carcere di Taranto in una piazza di spaccio. Le indagini, avviate a settembre 2019 dai carabinieri, hanno ricostruito la rete di spaccio gestita da alcuni detenuti. Questi attraverso l’utilizzo clandestino di microtelefoni continuavano a mantenere contatti con il mondo esterno e quindi anche con i familiari che durante i colloqui passavano sotto banco la droga. Altre indagini hanno svelato come in alcuni casi la droga arrivasse attraverso dei droni telecomandati dall’esterno che consegnavano la droga e i microtelefoni posizionandosi all’esterno della finestra della cella in cui si trovava il parente detenuto.

Alla fine di febbraio, infine, quando l’esistenza dell’inchiesta sul giro di droga in carcere era nota a tutti, un agente della Polizia penitenziaria è stato arrestato mentre ritirava altra droga e altri microtelefoni dall’abitazione di un delinquente tarantino che si trovava ai domiciliari: dalle intercettazioni è emerso che la guardia li ha consegnati al figlio e a un altro detenuto che erano rinchiusi nel carcere ionico dove il poliziotto prestava servizio.

A tutto questo, ora si aggiunge anche il rischio di una emergenza sanitaria per la quale il Sappe ha chiesto alla Procura di Taranto l’apertura di un fascicolo per verificare la correttezza di tutti i provvedimenti adottati e valutare le eventuali responsabilità anche di livelli superiori del Dap. “Fino a quando non ci saranno risposte concrete – ha concluso il sindacalista Pilagatti – il Sappe attuerà forme di protesta” perché secondo il sindacato non è possibile accettare che una situazione così pericolosa e delicata non abbia alcun responsabile.

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