Sono circa le due del pomeriggio di oggi quando in aula, dopo diverse ore di attesa, entra Marianna Dubini, origini comasche ma residenza milanese. Capelli biondi, fisico appesantito, sguardo timido. Deve deporre nel processo milanese sulla Lega e sul caso della fondazione regionale Lombardia Film Commission. Lei è la vedova di Andrea Paloschi, titolare della Paloschi srl, la società che nel 2015, con i conti ormai drammaticamente in rosso, si ritrova in pancia il capannone di Cormano che sarà poi acquistato da Lfc per 800mila euro. Venduto dall’immobiliare Andromeda, diventerà il cardine dell’accusa di peculato per la quale i commercialisti della Lega sono stati condannati in primo grado: Alberto Di Rubba a cinque anni e Andrea Manzoni a 4 anni e 4 mesi. La sua deposizione durerà meno di mezz’ora. Poco, ma giusto il tempo di fotografare in modo chiaro l’agire spregiudicato che caratterizza tutta questa storia giudiziaria.

Una storia che porterà, secondo il giudice Guido Salvini e la Procura, Di Rubba, Manzoni, il commercialista Michele Scillieri, il prestanome Luca Sostegni (questi ultimi hanno già patteggiato) a incassare 800mila euro di denaro pubblico partendo, si faccia attenzione, da un investimento di mille euro. Sì mille euro, cifra tonda e misera, scritta su un assegno che Sostegni consegnerà alla signora Dubini per portarsi a casa la Paloschi srl. Piena di debiti sì , circa mezzo milione, ma con in tasca un immobile che il marito aveva tentato di vendere partendo da una cifra iniziale di un milione di euro fino a ritrovarsi con valutazioni per circa 350mila euro, senza però riuscire a venderlo.

Ma qui più che di conti e flussi di denaro, di fatture false e fabbriche di carte, ciò che vale è l’elemento umano che per la prima volta emerge chiaro. Il modo di agire spregiudicato è quello del gruppetto che ruota attorno ai fedelissimi di Matteo Salvini. Così la Paloschi finisce nelle mani di Scillieri e amici attorno al 2016 e già nell’ottobre dello stesso anno Di Rubba, neo nominato presidente di Lfc, si scambia email con l’imprenditore Francesco Barachetti proprio sul capannone. Tanto che Barachetti invierà una rendering del futuro immobile. Nello stesso anno il marito della signora Dubini muore a causa di una gravissima malattia lasciandola sola con i figli minori. In quel momento le prospettive per la donna sono più che nere. Anche perché, è emerso ieri dalla testimonianza, la signora poco o nulla sapeva della gestione societaria e soprattutto dei gravi debiti in cui versa la società.

Una situazione drammatica che il marito fino a quando è stato possibile le ha tenuto nascosto. Parte tutta da qua la storia dell’immobile di Cormano. In quel momento il suo avvocato di fiducia le consiglia di parlare con Michele Scillieri (i due sono lontani parenti). Il commercialista milanese poi la mette in contatto con un liquidatore che si rivelerà essere Sostegni. La situazione per la signora appare fin da subito poco gestibile, tanto che, questo è il paradosso e il dato grave, potersi liberare della società le sembra quasi un sollievo. Del resto i debiti erano tanti. Sostegni così acquisisce quote, debiti e capannoni. Debiti che non saranno mai pagati e capannone venduto a Lfc. E’ in quel momento che Luca Sostegni si presenta con il fiammante assegno da mille euro. “Sapevo – ha detto in aula la signora – che in questo modo avrei perso l’immobile”. Eccolo il tratto umano e disperante di tutta questa inchiesta, mai emerso fino ad ora. Un dramma passato sotto traccia dopo il fermo di Sostegni, fuggiasco verso il Brasile, e l’arresto dei commercialisti a settembre. Dopodiché la suggestione dei presunti fondi della Lega che hanno incrociato per mesi aspettative di poter arrivare ai famosi 49 milioni di euro spariti, il clamore mediatico, le analisi finanziarie e le ipotesi investigative, hanno oscurato questa storia piccola piccola, ma che dopo la condanna in primo grado per i due leghisti e con il processo ordinario a carico dell’imprenditore bergamasco Francesco Barachetti, restituisce senso e fondamenta su cui è stata costruita questa storia: mille euro per iniziare, 800mila euro da portare a casa. E il ben servito alla vedova Paloschi.

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