Una tragedia annunciata per deficit di legislazione sul possesso delle armi. A cui si aggiunge l’impossibilità di incrociare le informazioni sullo stato di salute mentale dei detentori di pistole e fucili. Così di armi, in Italia, si muore. Ad Ardea hanno perso la vita due bambini, David e Daniel, di 8 e 3 anni, e Salvatore Ranieri, 72 anni, intervenuto per provare a fermare il piano omicida di Andrea Pignani, il 34enne ingegnere informatico autore del triplice omicidio. L’uomo, dopo essersi barricato in casa, si è suicidato.

“È doloroso il ripetersi di storie con il solito tragico copione: un’arma legalmente detenuta da chi, per uno stato di alterazione psichica, è una minaccia per se stesso e per la collettività. Un binomio che troppo spesso esplode in tragedia e che deve essere assolutamente spezzato”, dice a ilfattoquotidiano.it Gabriella Neri, fondatrice della Onlus Ognivolta che si batte contro la diffusione delle armi. L’impegno è iniziato dopo che nel 2010 suo marito Luca Ceragioli e il collaboratore Jan Hilmer furono assassinati da Paolo Iacconi, ex dipendente della società guidata da Ceragioli. L’uomo possedeva regolarmente un’arma, nonostante avesse problemi psichici. Un déjà vu.

Le stragi di bambini a colpi di arma da fuoco non sono, quindi, una novità. Le cronache raccontano che a novembre del 2020, a Carignano (Torino), Alberto Accastello ha sterminato la famiglia, la moglie, 38 anni, e i figli, due gemelli di 2 anni, prima di togliersi la vita. Ci sono poi gli incidenti, che segnano la vita di intere famiglie. Ad agosto dello scorso anno, un bimbo di 7 anni è morto a Roma a causa di un colpo esploso in maniera involontaria. Il nonno stava pulendo l’arma quando è partito il proiettile che ha centrato il nipote. I dati raccolti dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia, raccontano che negli ultimi anni gli omicidi commessi con armi legali superano quelli di tipo mafioso. Nel 2018 e 2019 si contano 19 e 28 omicidi di mafia, mentre 54 e 34 sono quelli avvenuti con armi legali.

Tante storie diverse, ma con un comune denominatore: vite infrante dalle armi. Nel caso di Ardea, Pignani aveva ereditato la pistola dal padre, deceduto nello scorso novembre, che lavorava come guardia giurata. “Non era un’arma di provenienza illegale, ma era stata in possesso di un legale detentore di armi, il padre. È questo il problema che non si vuole guardare: le armi dei legali detentori”, sostiene Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia. Sulla materia il codice penale non è così severo: in caso di mancata denuncia di un’arma ereditata è prevista una pena di due mesi di arresto o un’ammenda di 258 euro.

In Italia, poi, ottenere una licenza per le armi resta un’operazione semplice, con un costo complessivo di circa 350 euro, tra marche da bollo e pratiche varie. In totale ci sono un milione e duecentomila persone titolari di licenza tra uso sportivo, caccia (che insieme valgono la gran parte del totale) e difesa personale (porto d’armi rilasciato dal Prefetto per casi di particolare necessità, e in totale sono meno di 20mila). La licenza dà diritto al possesso di 12 armi per uso sportivo, 3 di tipo comune e un numero illimitato di armi da caccia, secondo quanto stabilito da un decreto legislativo del 2018 che ha aumentato le soglie.

Ma cosa occorre per avere un’arma legale? Per una licenza di tipo sportivo, quella più diffusa, è necessario avere due certificati, uno del medico che attesti l’idoneità psico-fisica del richiedente e l’altro rilasciato dall’Asl. Le verifiche non sono così capillari: “Spesso sono mere dichiarazioni firmate senza alcun approfondimento. Serve una maggiore attenzione e responsabilità da parte dei medici che rilasciano i certificati di idoneità psico fisica per il rilascio del porto d’armi”, sottolinea Neri. Dopodiché è possibile recarsi a un poligono di tiro per verificare le capacità di maneggiare l’arma. A quel punto la domanda può essere inoltrata alla Questura che la approva la richiesta su base burocratica, senza disporre verifiche aggiuntive.

Esiste anche una questione legata anche alla durata della licenza per uso sportivo, valida per cinque anni e rinnovabile presentando la stessa documentazione. Nel frattempo non ci sono controlli sullo stato di salute mentale che può cambiare nel corso del tempo. Uno dei nodi è poi la mancata possibilità di incrociare informazioni. “Serve un censimento e un inasprimento delle pene. Ma serve anche una banca dati per mettere in collegamento forze di polizia e strutture sanitarie”, dice a ilfattoquotidiano.it il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara. “Sono tre anni – aggiunge – che ci lavoro e faccio pressioni. Di recente è passato un mio ordine del giorno e proprio in settimana avrò un incontro con i tecnici del ministero della Sanità. È davvero inaccettabile che accadano tragedie come quella di Ardea”. Una soluzione non è difficile, eppure è ancora lontana. Beretta rilancia un altro tema: “Va subito attuato il registro informatico, previsto 10 anni fa, affinché medici curanti e Asl possano prontamente segnalare a Questure e Prefetture chiunque, in possesso di armi, soffra di turbe psichiche”. Inoltre, secondo l’esperto, serve un giro di vite sulla durata delle licenze: “Vanno resi obbligatori controlli medici annuali sui detentori di armi. I controlli devono prevedere esami tossicologici e una valutazione psichiatrica su tutti i richiedenti e detentori di licenza”.

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