La retorica è una carta moschicida. Prima o poi ti si appiccica addosso, ti imprigiona in un ruolo che non avresti mai pensato di recitare. E non ti lascia più andare. Da sabato sera Pep Guardiola si ritrova impantanato in un mare di inchiostro nero. Perché parlare della finale di Champions League persa dal Manchester City vuol dire soprattutto parlare del suo allenatore. Alcuni versano melassa, altri rovesciano bile. Ormai raccontare il catalano significa prendere parte a una crociata, a una guerra di religione che non può concludersi con un armistizio, ma solo con l’annientamento di chi non la pensa nello stesso modo. Niente tonalità, niente sfumature. O bianco o nero. O santo o eretico. Pochi personaggi sono stati così polarizzanti. L’uomo di Santpedor è tanto amato quanto detestato. Spesso a prescindere, forse in parti non uguali ma ugualmente rumorose. I suoi apostoli portano avanti un’evangelizzazione che si basa sull’essenza. Il verbo nasce con quel Barcellona dove ogni interprete era solista e orchestra allo stesso tempo, dove le singole fasi si scomponevano fino a diventare una la premessa dell’altra, dove la bellezza del suo calcio, in una sorta di kalokagathìa greca, diventa portatrice di valori morali. Una carica che non si è stemperata con il tempo, ma che ha acquistato intensità.

Guardiola non si limita ad allenare, rivoluziona. Non cambia la posizione in campo dei suoi calciatori, ma reinterpreta i ruoli. Il catalano ha stravolto la concezione classica di portiere, di terzino, di attaccante (e di spazio). Le ha ibridate, in qualche modo. E ha aperto una seconda fase del Gioco. La sua sperimentazione è permanente, è semplice ma contemporaneamente cervellotica. Nessuna idea ha il tempo di fossilizzarsi che già è costretta a evolversi nuovamente. Un sovvertimento del calcio precostituito che lo ha trasformato nell’allenatore più importante degli ultimi trent’anni. E non c’è sconfitta, per quanto dolorosa, che possa scalfire questa immagine. Una lettura appassionata e piuttosto fedele alla realtà, che però ha cristallizzato la figura di Guardiola, trasformandola in pura luce. Pep è diventato santone e santino, un designer prestato al calcio, uno Steve Jobs con le scarpette bullonate. I dissidenti rispondono puntando tutto sulla concretezza. Come San Tommaso si affidano all’indice, che non esplora piaghe, ma fredde righe di bilancio. In carriera Pep ha speso, anzi, ha fatto spendere, oltre un miliardo e mezzo di euro. Duecentocinque milioni li ha tirati fuori il Bayern Monaco, 924 milioni il Manchester City. Un’enormità. Perché quei talenti, alla fine, non hanno mai fruttato quanto sperato.

Negli ultimi anni Guardiola non ha solo perso la Champions League. È stato anche artefice di quelle sconfitte, è stato il fabbro della sua (s)fortuna. Dopo aver osservato il Chelsea alzare al cielo la Coppa dalle grandi orecchie, in Inghilterra hanno voluto sottolineare la natura autoinfiltta di quella disfatta. Perché la scelta di rinunciare a un centrocampista di copertura come Rodri o Fernandinho ha trasformato Gundogan, il capocannoniere stagionale, nell’uomo più arretrato. E ha permesso al Chelsea di sfruttare la meglio le proprie caratteristiche. La critica che viene brandita più spesso contro l’uomo di Santpedor è quella di overthinking big games, ossia di pensare troppo alla vigilia dei big match, fino a diventare cervellotico. Eppure è proprio da una di queste spremute di meningi che, prima di un Clasico al Bernabeu, Guardiola affidò il ruolo di punta a Messi dirottando Eto’o sulla fascia. Era nato il falso nueve. Era cambiato il calcio. Ora le eliminazioni contro Lione, Tottenham, Liverpool e Monaco sono maturate in maniera diversa ma con la stessa premessa: la scelta di smontare a poche ore dal match un ingranaggio che girava a meraviglia. Qualcuno gli rimprovera non di essere un genio, ma di voler vincere in un modo che possa affermare urbi et orbi la sua genialità.

In un bell’articolo uscito dopo la sconfitta ai quarti di finale contro gli Spurs, si diceva che la Champions League è la coppa dei dettagli. E non è per un dettaglio che si può cambiare il giudizio su Guardiola. Vero. Anzi, verissimo. Solo che ora gli inquisitori di Pep affermano la grandezza di Pep non può prescindere più dalla cura di quei dettagli. Difficile che uno dei sostenitori di una delle due tesi scenda a patti con l’altro. Anche perché Guardiola è un personaggio poco lineare e per questo divisivo. La spontaneità dei suoi esordi si è smarrita. E non poteva essere altrimenti. Pep gioca con la sua sovraesposizione mediatica, la alimenta con le sue felpe, con i suoi gesti, con il suo impegno politico. I suoi comportamenti sembrano studiati a tavolino quanto i suoi schemi. Dispensa complimenti a tutti i suoi avversari (molti sono stati raccolti in un di Emanuele Atturo su Ultimo Uomo), come un Fabio Fazio qualsiasi. Bacia la medaglia d’argento prima che il Chelsea alzi al cielo la Champions League. Un gesto che racconta una sportività estrema ma a che una buona dose di paraculismo, che vuole sottolineare la bontà di un percorso a prescindere dal successo, relativizzando il concetto stesso di (mancata) vittoria. Sopravvivere alla doppia retorica su Pep Guardiola sta diventando sempre più difficile. È un dibattito totale e totalizzante che non prevede punti di contatto. Anche se forse la verità sta lì nel mezzo. L’allenatore che più ha rivoluzionato il calcio non è anche il più vincente. E forse non ha neanche voglia di esserlo. Tutto qui.

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