Oltre 4.300 razzi da Gaza verso Israele in appena dieci giorni, una potenza di fuoco mai espressa in passato dai movimenti islamisti della Striscia. Basti pensare che durante l’ultima crisi, quella che portò all’invasione dell’enclave da parte dell’esercito israeliano che provocò oltre 2.200 vittime in poco meno di due mesi, furono 4.500 i missili sparati contro lo Stato ebraico. In sette anni questi gruppi, Hamas in testa, sono riusciti a sviluppare capacità tecnologiche che oggi hanno permesso un’offensiva senza precedenti che Israele, pur essendo a conoscenza delle enormi scorte di ordigni in mano al Movimento Islamico di Resistenza, ha però sottovalutato e ignorato. Come questa evoluzione sia stata possibile lo spiega a Ilfattoquotidiano.it Fabian Hinz, analista indipendente specializzato in missili nell’area mediorientale: “L’evoluzione dei razzi a disposizione di Hamas è stata notevole. Questo grazie alle conoscenze tecniche fornite dalla Siria e soprattutto dall’Iran che hanno permesso al Movimento di fabbricare la maggior parte dei missili oggi a loro disposizione all’interno della Striscia. Israele era riuscito a fare una stima dell’arsenale di Hamas, ma ha deciso di non agire“.

L’evoluzione nell’offensiva delle Brigate al-Qassam, braccio armato del partito che da anni ormai governa la Striscia, sfidando la leadership di al-Fatah anche al di fuori dei confini della piccola enclave incastonata tra Israele e l’Egitto, è evidente anche a un occhio meno esperto. Razzi a corta gittata, poco precisi, palloncini incendiari: erano queste le armi in mano al gruppo che da anni ormai ha abbandonato anche la strategia degli attentati suicidi. Ma dopo il 2014 si è assistito a una vera evoluzione dell’arsenale in loro possesso: “Inizialmente producevano loro stessi i razzi ma erano molto primitivi, con un raggio d’azione di veramente pochi chilometri – spiega Hinz – Niente a che vedere con quelli più moderni. Possedevano alcuni razzi con una gittata maggiore, capaci di raggiungere Tel Aviv, ma venivano forniti da Siria e Iran. Negli ultimi 5-10 anni, però, hanno aumentato le proprie capacità di sviluppo di missili con un raggio d’azione molto maggiore, questo si vedeva già nell’ultimo conflitto del 2014, anche se non in maniera così netta. In questi anni sono riusciti a stoccare e avere a disposizione questa enorme quantità di razzi, circa 15mila secondo le stime, perché importare missili a Gaza non è impossibile, ma comunque molto difficile e non permetterebbe di averne un numero così elevato”.

Questo è stato possibile grazie al supporto tecnologico di Paesi come l’Iran che hanno messo a disposizione i propri ingegneri per istruire gli affiliati ai gruppi estremisti della Striscia che, a loro volta, hanno poi diffuso le loro conoscenze ai compagni in armi: “L’Iran ha svolto un ruolo determinante in questo, sono loro stessi ad ammettere di essere dietro allo sviluppo tecnologico di Hamas e del Jihad Islamico. La loro strategia è quella di permettere ai propri alleati extrastatuali, non solo a Gaza, di costruire i propri missili. Lo vediamo in Yemen, in Iraq, in Siria e ovviamente anche in Libano. Una strategia che ha preso piede già da un po’, alcuni dicono con la guerra del 2006 in Libano a sostegno di Hezbollah, altri spostano la data in avanti a poco prima del 2011, mentre dal 2014 Teheran ha dichiarato di trasferire conoscenze tecnologiche a Gaza. Quindi è un processo che va avanti da almeno un decennio, ma che ha richiesto tempo per arrivare a una massiccia produzione. Prendiamo l’esempio del Jihad Islamico, c’è un tipo di razzo che viene prodotto dal gruppo nella Striscia ma che è stato progettato e testato dagli esperti iraniani. Quindi costruito in loco ma frutto del trasferimento di conoscenze tecnologiche tra Iran e Jihad Islamico. E a questi gruppi viene anche insegnato come utilizzare questi razzi per massimizzare il loro impatto“.

Trasferire conoscenze verso un’enclave quasi totalmente isolata dal resto del mondo e accerchiata dal Paese che è il suo principale nemico è sicuramente più semplice ed economico che tentare di trafficare armamenti o componenti attraverso tunnel segreti o utilizzando trafficanti privati. Questo lo hanno capito sia i gruppi attivi a Gaza che i loro alleati internazionali. Hinz spiega che non esistono prove che uomini delle forze militari iraniane si siano recati nella Striscia per trasferire queste conoscenze, ma “ci sono invece evidenze riguardanti trasferte di membri del Jihad Islamico in Iran per sessioni di addestramento su nuove tecnologie, ma credo si possa dire che avviene anche il contrario”.

Pensare però che a Gaza siano presenti esperti capaci di costruire ordigni più sofisticati, come ad esempio i droni telecomandati utilizzati in rarissimi casi da Hamas, è ancora lontano dalla realtà: “C’è ovviamente il traffico di alcune componenti o di certe materie prime. Ad esempio, Hamas o il Jihad Islamico non sono in grado di costruire droni telecomandati. In questo caso, o vengono trafficati illegalmente per intero, oppure solo nelle loro componenti più avanzate, lasciando magari la fabbricazione della semplice struttura o delle ali in mano ai locali”.

Far passare i materiali è però complicato e le opzioni a disposizione dei movimenti gazawi sono sostanzialmente due: “I tunnel segreti dall’Egitto, affidandosi però a trafficanti privati perché Il Cairo ha buoni rapporti con il governo d’Israele, o via mare, grazie alla buona qualità dell’unità navale di Hamas che, così, può intercettare imbarcazioni singole di trafficanti aggirando il blocco israeliano. Questo però, oltre che molto rischioso per i trafficanti, è anche molto costoso e non permette di trasportare grandi quantità di materiale. La maggior parte dei razzi che vengono utilizzati, anche quelli a lungo raggio, non sono particolarmente complicati da costruire e così si tende a sfruttare le materie prime già presenti nella Striscia, come ad esempio grandi tubature“. Diversa è invece la questione relativa al propellente: “Se ne vuoi utilizzare uno di alta qualità non c’è possibilità di produrlo a Gaza e quindi devono riuscire a portarlo all’interno”.

È difficile però credere che, nonostante nel corso degli anni i traffici siano stati limitati, le tecniche e tecnologie di spionaggio avanzate di Tel Aviv non siano riuscite a capire che Hamas e il Jihad Islamico stavano accumulando una quantità di ordigni senza precedenti nella storia: “Credo che Israele abbia una buona capacità di stimare il numero di ordigni presenti a Gaza. Loro stessi hanno stimato la presenza di circa 15mila razzi nella Striscia. Uno dei problemi di gestione per Israele è che la produzione è totalmente decentralizzata e quindi difficile da colpire in maniera massiccia”. Così, continua Hinz, le forze di sicurezza avevano a disposizione tre opzioni: “Ignorare ciò che stava accadendo nella Striscia, svolgere azioni mirate di sabotaggio, oppure semplicemente bombardare i centri di produzione e stoccaggio che riuscivano a rintracciare. Hanno scelto la prima opzione”. Così i gruppi estremisti hanno potuto continuare ad accumulare migliaia di razzi che oggi stanno usando contro le città dello Stato ebraico: “Credo che nemmeno le Idf israeliane avessero ipotizzato una così rapida e violenta escalation e credo che, nonostante la consapevolezza della quantità di armi presenti a Gaza, fossero combattute tra l’agire e rischiare di scatenare una guerra o lasciar stare ed evitare problemi. Hanno cercato di gestire il rischio, consapevoli di non poterlo eliminare. Ma questo immobilismo non ha pagato perché il problema con gli anni ha assunto proporzioni maggiori rispetto al passato. Credo che in futuro adotteranno un’altra strategia”.

Twitter: @GianniRosini

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