Circa 50 richieste d’aiuto al giorno, fra chat e telefonate. In media 20mila all’anno. Per il 60% provengono da giovani in età fra i 13 e i 27 anni. Sempre fra i giovani, uno su due ha subito moderati o gravi problemi in famiglia in seguito al proprio coming out. La percentuale sale al 70% se si tratta di rivelare l’identità di genere. Il 36% dei minorenni è stato represso: reclusione all’interno delle mura domestiche, tentativi di conversione, violenza verbale e fisica. Il 17% dei maggiorenni ha invece perso sostegno economico da parte della famiglia. Sono i dati raccolti da GayHelpLine.it, il contact center nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center. Nell’anno della pandemia sono cresciute inoltre le minacce ricevute (dall’11% al 28%) e le discriminazioni sul lavoro (dal 3 al 15%), contribuendo ad alimentare il fenomeno dell’under reporting, cioè la rinuncia a denunciare. Fra i ragazzi che hanno contattato il centro, il 30% ha affermato di aver subito attacchi di cyberbullismo.

I numeri spiegano una volta di più l’importanza della Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, che ricorre oggi 17 maggio. Alle ore 15 ilfattoquotidiano.it parlerà di omobitransfobia e del perché sia necessaria una legge per contrastarla in diretta Facebook con Porpora Marcasciano, attivista e presidente del Mit (Movimento identità transessuale) e Franco Grillini, fondatore di Arcigay e storico attivista del movimento per i diritti Lgbt.

Il 17 maggio è una data storica: in quel giorno, nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimuoveva l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali e stabiliva che l’orientamento sessuale è parte dell’identità delle persone, non una forma di patologia o di devianza. Introdotto dal 2004 e in Europa dal 2007, The International Day Against Homophobia, Transphobia and Biphobiaora è celebrato in oltre 130 Paesi. Come si legge sul sito di Arcigay, è un’occasione per lottare contro ogni violenza fisica, morale o simbolica connessa all’orientamento sessuale.

Un appuntamento che quest’anno ha ancora più risalto perché cade nel pieno della discussione riguardante il ddl Zan. In Italia manca ancora, infatti, una legge che contrasti l’omobitrasnfobia: il provvedimento promosso dal deputato del Partito democratico Alessandro Zan si muove proprio verso questa direzione. Prevede di ampliare il reato di propaganda e istigazione a delinquere (604 bis del codice penale), che non contemplerebbe più esclusivamente i “motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” ma anche quelli “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere o sulla disabilità”. Le associazioni Lgbti hanno organizzato mobilitazioni in oltre 50 piazze italiane (il 15, 16 e 17 maggio) per chiederne l’approvazione in tempi brevi e senza modifiche.

Ogni anno dal 2009 in occasione del 17 maggio l’organizzazione internazionale non governativa indipendente Ilga-Europe pubblica la Rainbow Map, una classifica dei 49 paesi europei redatta in base alle rispettive leggi e politiche a favore delle persone Lgbti. Li esamina facendo riferimento a 69 criteri, suddivisi in macro-categorie: uguaglianza e non discriminazione, famiglia, crimini d’odio e incitamento all’odio, riconoscimento legale del genere e integrità fisica, spazio della società civile, asilo. La scala è in percentuali e va dallo 0% (grosse violazioni dei diritti umani) al 100%, che ne attesta invece il rispetto e la piena uguaglianza. Per il sesto anno consecutivo in testa si colloca Malta (94%), seguita da Belgio e Lussemburgo. Ai posti più bassi si trovano invece Azerbaigian, Turchia e Armenia, come nel 2020. L’Ucraina scende di quattro posizioni e la Georgia di due. Miglioramenti invece si registrano in Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, dove sta aumentando la libertà di aggregazione per la comunità Lgbti. Inoltre, per il secondo anno di fila la Polonia occupa la posizione più bassa all’interno dell’Unione Europea (13%). Gli altri Stati Ue si attestano intorno al 60%: Portogallo 68%, Finlandia, Spagna e Svezia 65%, Olanda 61%, Francia 57%. L’Italia, però, guarda da lontano: 22%.

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